Quartieri Spina 3: nuova Torino?
Una trasformazione urbana, fra luci ed ombre, descritta per la prima volta in un volume
LA VOCE DEL POPOLO
del 19-07-2009
di Davide Aimonetto
Oltre un milione di metri quadrati interessati negli anni da un profondo intervento edilizio, che con i suoi innumerevoli cantieri, ha cambiato non solo il volto di un quartiere operaio, ma il modo stesso di percepire e vivere le trasformazioni urbanistiche nel capoluogo subalpino.
L’area, convenzionalmente chiamata Spina 3, abbraccia il territorio a nord della città di Torino, che si snoda fra i quartieri di Borgo Vittoria, Lucento e Madonna di Campagna. Quartieri lungamente coinvolti da una serie di radicali interventi di riplasmazione urbana, alla cui origine si colloca l’abbassamento del piano ferroviario cittadino. Cittadella industriale per eccellenza, fin dalla seconda metà dell’ottocento, grazie alla presenza di canali idrici in grado di produrre forza motrice da destinare ai primi impianti manifatturieri, questa vasta porzione di territorio, già dai suoi primi insediamenti, appare chiamata a rivestire un ruolo importante all’interno della nascente economia industriale piemontese.
L’architettura, gli edifici, il tessuto abitativo urbano, tutto rimanda ai tratti originari legati alla nascita ed allo sviluppo di questi quartieri operai, saldamente ancorati alla presenza di una f tta rete manifatturiera, chimica e metalmeccanica (Ferriere Fiat, Michelin, Officine Savigliano, Superga) ed altri ancora, che non conosce paragoni con gli altri quartieri torinesi.
Almeno fino agli anni Ottanta del secolo scorso, quando la crisi del comparto industriale, la chiusura o la delocalizzazione di molte imprese, segna in modo drammatico la repentina trasformazione dei quartieri e dei suoi residenti. Da qui parte la ricerca voluta dalla Fondazione Vera Nocentini, con il sostegno della Fondazione Crt, ora proposta in un libro delle Edizioni Angolo Manzoni, dal titolo: «Torino che cambia. Dalle ferriere alla Spina 3. Una difficile transizione». Un volume realizzato a più mani, e che si avvale della collaborazione di studiosi e ricercatori, impegnati in campi e discipline profondamente diverse: dalla storia orale, all’architettura, alla fotografia, fino all’analisi economica e sociologica di questo territorio, ormai assurto ad emblematico simbolo di una città che sta cambiando pelle, dopo le decisioni amministrative di una classe politica torinese, agli inizi degli anni Novanta, in cerca di nuove strade, nuove soluzioni, da sostituire alla crisi del modello industriale tayloristico. Un libro che non offre analisi preconcette, ma tenta di descrivere le conseguenze sociali scaturite da quelle decisioni economiche e politiche, che rappresentarono poi il terreno di cultura su cui è attecchito, e si sta ancora sviluppando, questo nuovo modello di espansione sociale ed urbana. Del resto, se si volesse individuare un luogo di Torino, che meglio identifichi i profondi cambiamenti, avvenuti in questi anni questo è la Spina 3. Una sorta di «nuova Torino» che però stenta a decollare. Un modello di trasformazione urbana delineata con grande enfasi, in occasione dei giochi Olimpici invernali del 2006, che presenta però ancora oggi, spenti i riflettori dei media, numerose ombre, sottolineate e descritte nei saggi presenti nel volume, come ricordano nella prefazione gli studiosi Marcella Filippa e Giovanni Avonto. Una trasformazione urbana, fra luci ed ombre, descritta per la prima volta in un volume corredato non solo da saggi interpretativi, ma da diverse interviste ai residenti nei quartieri, che ricostruiscono il tessuto sociale ed aggregativo di una realtà tipicamente operaia, come era, fino a non molti anni fa, quella di Torino. Un ricco apparato fotografico d’epoca, a cui si affiancano scatti recenti, chiude il libro che lascia aperti numerosi interrogativi: quanto ha inciso l’assenza di una visione organica nella trasformazione di questa nuova Torino? Gli autori sottolineano con grande problematicità la diffi coltà di rapporti, dialogo e coesione fra gli abitanti di queste zone interessate da profondi cambiamenti. La mancanza di luoghi di aggregazione, che non siano i centri commerciali, o i locali della nuova parrocchia del Santo Volto, pesa come un macigno nel distacco esistente tra istituzioni e popolazione. Un’analisi poliedrica che accompagna tutto il libro e che ricorda, ancora una volta quanto sia complesso, ed irto di difficoltà, guidare un processo di vasta transizione, come quello di un modello post-fordista, che ha caratterizzato a lungo la crescita e lo sviluppo del capoluogo subalpino, verso una città di servizi e di nuova qualità urbana, come è accaduto per molti quartieri di Torino.
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