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...raccogliere, nel rispetto di Gianna Baltaro, il testimone da lei stessa lasciato alla fine del 2007


PREFAZIONE

del 27-07-2009
di Giorgio Ballario

Bisogna essere chiari: quello che avete sotto mano non è l’ultimo romanzo di Gianna Baltaro. Caso mai è l’ultimo romanzo che la “mamma” del commissario Andrea Martini avrebbe voluto scrivere. Tanto che ne aveva già buttato giù l’incipit, con lo stile asciutto, ma al tempo stesso preciso e descrittivo, che i suoi lettori conoscono e apprezzano da molti anni. Uno stile piano e scorrevole, in cui l’uso mai casuale delle parole ci porta subito, di prepotenza, nel cuore storico del romanzo.

 

Benché sapessero, che l’inserzione sarebbe comparsa sull’edizione domenicale de “LA STAMPA”, il leggerla stampata a chiare lettere, produsse un certo effetto.
La famiglia del Regio notaio Giovanni Govoni si trovava riunita in sala da pranzo per la colazione del mattino e la copia del quotidiano, recapitata come di consueto dal custode del palazzo, giaceva aperta su un divanetto, lasciando in bella vista il testo che appariva imbarazzante per la moglie del professionista… “Genitori anziani, desiderosi accasare figlia maggiorenne, presenza, buona dote, contatterebbero massimo quarantacinquenne, sani principi morali, condizione adeguata, scopo matrimonio. Per informazioni scrivere Casella Postale 128 Torino”.

 

Fin dalle prime righe è tutto chiaro. Il riferimento a La Stampa sottintende che siamo a Torino, e non potrebbe essere altrimenti. L’aggettivo “Regio” anteposto al sostantivo “notaio” ci dà l’indicazione che la narrazione si svolge nell’Italia monarchica d’anteguerra e la descrizione appena accennata del luogo (la sala da pranzo, il palazzo con custode, il divanetto…) ci rimanda immediatamente a un ambiente facoltoso e alto borghese. L’artifizio dell’annuncio matrimoniale sul quotidiano, infine, fa subito immaginare un intrigo familiare.
Il commissario Martini farà il suo ingresso soltanto alcune pagine dopo, ma per i lettori fedeli di Gianna Baltaro è come se fosse già presente sin dalle prime righe, muto osservatore del piccolo dramma che sta per andare in scena nell’elegante salotto del Regio notaio. La cornice del romanzo è infatti quella tipica delle investigazioni di Martini: la Torino Anni Trenta, lacerata tra i fasti ormai impolverati della “Belle époque”, le contraddizioni del regime fascista nel suo periodo più saldo e i presagi nefasti di un conflitto ancora lontano, ma in qualche modo annunciato. Siamo nel 1938 e pure i cupi riflessi delle “leggi razziali”, per quanto sottotraccia, di tanto in tanto vengono a galla.
Partendo dall’incipit,  Enzo Bartolone e Daniela Messi hanno proseguito la narrazione di “Un marito per Jolanda” con un unico, maniacale intento: restare fedeli il più possibile allo stile baltariano. Non solo nella scrittura in sé, ma soprattutto nella descrizione dei luoghi, nello spirito dei personaggi, nella cura del particolare storico. Un’avventura che potrebbe andare avanti, sempre che i lettori dimostrino di gradire l’esperimento: raccogliere, nel rispetto di Gianna Baltaro, il testimone da lei stessa lasciato alla fine del 2007.
Ecco allora il ritorno del commissario Martini, anzi ex commissario, ormai completamente assorbito dal buen retiro di Diano d’Alba, dove coltiva le vigne e produce buon vino. Ma sotto sotto ancora detective a tutti gli effetti, pronto a dare una mano all’amico Ferrando, capo della squadra mobile, e a rituffarsi con leggerezza in quell’atmosfera d’indagine che lo ha visto protagonista per tanti anni. E in tanti romanzi amati dai lettori.
Gentile ma deciso, elegante senza essere azzimato, autorevole e mai autoritario, l’ex commissario segue gli indizi con l’abilità di un segugio, ma alla fine più che alle prove scientifiche si affida all’intuito dell’investigatore; al sesto senso dello “sbirro” che prima ancora di ricostruire il reato, cerca di comprendere le persone che ha davanti. Senza giudicare. Simile in questo al più famoso dei poliziotti della letteratura, quel Maigret che Georges Simenon diede alle stampe più o meno negli stessi anni in cui si muove Andrea Martini.
Consapevole di rischiare il conflitto d’interessi, dedico le ultime righe al singolare incontro del commissario Martini con il maggiore Aldo Morosini, ufficiale dei carabinieri in Eritrea e poi della Polizia dell’Africa Italiana (PAI). Un mio personaggio, protagonista dei romanzi noir “Morire è un attimo” e “Una donna di troppo”, entrambi pubblicati dalla Edizioni Angolo Manzoni.
Un incrocio dettato non solo dall’appartenenza alla medesima “scuderia” editoriale. Martini e Morosini hanno grosso modo la stessa età, svolgono più o meno lo stesso mestiere (uno a Torino, l’altro a Massaua), guardano alle miserie del mondo con lo stesso disincanto di chi è abituato a bazzicare i bassifondi dell’animo umano. In più Morosini, pur non essendo torinese, nel capoluogo subalpino ha studiato e ha svolto parte del suo servizio nell’Arma, prima di partire per l’Africa.
Incontrarsi era probabilmente inevitabile, come leggerete in questo romanzo. E chissà, forse l’inizio di una bella amicizia, come dice il capitano Renault ad Humphrey Bogart nella scena finale di “Casablanca”, che verrà realizzato appena quattro anni dopo l’ambientazione di “Un marito per Jolanda”.


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