Faccetta noir per gli italiani in Eritrea
IL GIALLO «MORIRE È UN ATTIMO» DI BALLARIO
LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO
del 20-09-2009
di SERGIO D’AMARO
Intreccio impeccabile, personaggi efficaci, scrupolosa ambientazione fanno del noir Morire è un attimo di Giorgio Ballario (giornalista ex «Il Borghese», ora alla «Stampa» di Torino, al suo esordio narrativo) un libro di sicura presa sul lettore. Colpisce lo sfondo storico della vicenda: l’Eritrea della prima metà del 1935, dunque alla vigilia dell’aggressione italiana all’Etiopia. Oltre a quella di Ballario non ci sono molte altre prove di scrittori italiani ispirate a quella terra africana. Per la verità, sembrano del tutto spenti i riflettori sulla vicenda, anche se non mancano robuste ricostruzioni storiche, prime fra tutte quella in più volumi di Angelo Del Boca e un molto recente Oltremare di Nicola Labanca. Suppliscono le decine di testimonianze e di memorie, soprattutto di militari, imprenditori, commercianti, religiosi, diplomatici, viaggiatori e avventurieri a vario titolo. Da qualche tempo figli e nipoti dei protagonisti di quella diaspora non solo coloniale sono tornati a rivendicare radici ed eredità, muovendo le acque di una memoria assopita.
Nel romanzo di Ballario non ci sono solo contingenti militari (la cui presenza fu nella realtà davvero imponente), ma pulsa denso tutto un mondo sociale ed economico tra Massaua e Agordat, Cheren e Asmara. Mercanti, imprenditori, diplomatici, rappresentanti del governo e delle amministrazioni si spartiscono equamente pezzi di potere collegati ad interessi non sempre leciti e che non coinvolgono soltanto l’Italia. Accanto a tutto questo, ovviamente, resiste il mito dell’Africa primitiva, in parte o decisamente diverso da quello fatto intendere negli affreschi salgariani e più aderente, invece, alla storia e alla cultura concreta di questa lontana colonia ambita da generali e avventurieri, e molto spesso trasformata in boccone avvelenato anche dopo la prima grande sconfitta patita ad Adua nel 1896.
Al centro della narrazione di Ballario campeggia la figura del maggiore dei carabinieri Aldo Morosini impegnato a seguire la pista lasciata da due efferati omicidi apparentemente inspiegabili compiuti a Massaua (il porto per eccellenza degli sbarchi italiani). Il protagonista è costretto a lasciare la città e ad inoltrarsi nel deserto della Dancalia e sugli altopiani di Cheren e di Asmara. Lo seguono il fedele maresciallo Barbagallo e un sottufficiale eritreo, lo scium-bashi Tesfaghì, appartenente al singolare esercito coloniale degli Ascari. Il ritmo dell’opera è incalzante, i paesaggi restano nella mente memorabili, le passioni vi sono stampate a tutto tondo, fino allo scioglimento finale a sorpresa.
Soli indizi a disposizione dell’investigatore, un pezzo di scimitarra e una stinta foto, che gli consentiranno però di recuperare ad uno ad uno tutti i tasselli dell’intricato puzzle. A condire degnamente la vicenda anche ben calibrati intrecci amorosi e la comparsa di personaggi di tutto rispetto narrativo. Con il suo libro, Ballario contribuisce ad alzare il velo su di un palcoscenico storico scarsamente frequentato, fugando pregiudizi e mitologie cresciute malamente sulla pianta di una memoria ormai sbiadita.
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