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Il successo continuo dei gialli di Gianna Baltaro


Il Corriere dell’Arte

del 01-10-2009
di Elio Rabbione

Bello, fulminante l’inizio. E dubitativo, fluttuante, nelle certezze di un romanzo giallo.

 

“Ho l’impressione di aver visto uccidere una persona”.

 

E’ in preda ad uno stato di tensione il povero parrucchiere cinquantenne in cui s’imbatte una sera, sul finire di un temporale e dei suoi ultimi lampi, il commissario Martini, alla giuida della sua Aprilia, su in Val Pellice, sulla strada tra Luserna e Torre. Racconta di una macchina che gli è passata accanto, di quella manciata di secondi che gli hanno mostrato un uomo sul sedile posteriore, una mano premuta sul viso, una sciarpa che avvolgeva...
E’ l’inizio della diciottesima, felicissima, una delle più intricate ed avvincenti indagini di questo commissario, creato da Gianna Baltaro, cui non si può che augurare ancora lunga vita. Come ognuno ormai sa, avendolo accompagnato con affetto dalle Nebbie del Gambero d’Oro sino all’Uomo dal soprabito grigio, ha ormai abbandonato il suo lavoro ufficiale di custode della legge per ritirarsi  veste di gentiluomo di campagna in un piccolo podere di Diano d’Alba avuto in eredità, mantenendo tuttavia un buon rapporto  con i vecchi  collaboratori, rapporto che non lo priva certo della gioia e della solidarietà di essrre ancora scovato per risolvere in prima persona quei casi che agli occhi di molti parrebbero indecifrabili. La cornice è ancora, simpaticamente ed inevitabilmente, quella degli anni Trenta , con la sua variopinta galleria di personaggi finemente delineati, piccoli tratti, gli abiti e    i tic e le storie perdute nel passato, buttati sulla pagina scritta e schizzati con proprirtà (familiari, come la premurosa sorella Teresa, e non), con le notizie che la Baltaro dissemina con gusto, facendo circolare attraverso le pieghe del romanzo memorie storiche e abitudini (è sufficiente all’occasione portare per mano quaslcuno in un piccolo centro come Luserna per far rinascere brani di storia, rievocazioni, esemplificazioni di nomi o di tradizioni), i vecchi angoli torinesi fatti di piazze e antichi corsi , gli squarci di barriera (il villaggio Leumann ed il trenino per Rivoli) pronti a ricostruire una toponomastica ormai inesistente o di certo ampiamente mutata, i balli in voga all’epoca, le citazioni dei tanti caffè o piccoli ristoranti che punteggiano le giornate del commissario, dall’Albergo del Centro a Torre Pellice al torinese bar degli Scacchi di via Pietro Micca, dalla vecchia Trattoria Mancarelli di via XX Settembre al Goffi di corso Casale allo scomparso Sollazzo gastrico, a suo tempo battezzato dal Vate. Il tutto avvolto nelle nuvole di fumo delle Africa, inseparabili compagne di Martini. Questo e molto altro in questo Il mistero di Linda... Una storia scritta con il gusto del colpo di scena, per il piacere del’attenzione sempre viva da parte dello spettatorte, con i suoi omicidi come certe leggi del genere impongono, con l’avidità e qualche scheletro negli armadi di una agiata famiglia, con un passato nascosto in terra d’africa e qui risollevato nelle stanze di una prestigiosa quanto ovattata associazione culturale nel centro torinese.
Con tenacia, con spirito di osservazione, con grande concretezza Martini commenta, indaga, scopre, tra appostamenti, interrogatori e confidenze, secondo i suoi metodi, lineari e privi di ogni violenza, di ogni più piccolo rivolo di sangue. Anche la scrittura di questa autrice, attesa ad ogni tappa dai vecchi appassionati come dai nuovi, legati ormai a giusta causa, non scombussola il lettore per arditezze: ma lo accompagna con un infinito piacere attraverso una vicenda candidamente raccontata, una di quelle che ti leggi in un soffio, per capire, per esserne parte, per divertirti.


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