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"Un romanzo storico, un reportage esotico, un poetico arabesco che rappresenta un mondo inghiottito dai gorghi crudeli della storia..."


Il Fondo Magazine 

http://www.mirorenzaglia.org/


del 30-11-2009
di

Mario Grossi



Non so bene se il libro giallo è una lettura per adulti. Sta di fatto che il mio interesse per il genere è cominciato solo da poco. Così non si può dire che io sia un cultore del genere, né tantomeno un lettore esperto di noir. È con questo sottofondo che mi è capitato per le mani Una donna di troppo, di Giorgio Ballario delle Edizioni Angolo Manzoni. E sono rimasto sorpreso. Non tanto per la trama avvolgente dell’intrigo che si attorciglia a spirale fino alla conclusione della storia, ma per tutto il resto che questa spirale condisce e innerva. Il romanzo racconta il secondo caso del Maggiore dei Carabinieri Morosini, già protagonista del primo romanzo di Ballario Morire è un attimo che insieme ai suoi fedeli sodali il Maresciallo Barbagallo e a Tesfaghì un sottufficiale indigeno viene inviato a Mogadiscio per indagare su una serie misteriosa di morti che si concatenano. La storia è tutta qui, le indagini del Maggiore alle prese con un enigma dai risvolti indecifrabili che via via viene sempre più illuminato fino alla risoluzione del caso. I luoghi sono quelli dell’Africa Orientale, i tempi sono quelli in cui Eritrea e Somalia (una parte almeno) erano nostre colonie, l’anno il 1935 mentre l’esercito di Rodolfo Graziani, magistralmente descritto nelle sue furie belluine, è in procinto di scatenare l’offensiva dal “fronte sud”. Questa è la carne che costituisce il corpo del romanzo. Ma lo stupore comincia quando si presta attenzione al sangue che irrora quella carne. La ricostruzione dei tempi, dei luoghi, dei personaggi è meticolosa. Il mondo della colonia è riproposto in modo splendido. Si osserva in tralice il tessuto che lo compone. È un microcosmo chiuso in sé, scarsamente permeabile. Un ambiente fatto di riti, spesso incomprensibili per chi vi è proiettato dall’esterno, con regole non scritte ma ferree, intriso da una bruma di messaggi criptici per i forestieri ma chiarissimi per i coloni. Il clima, quello atmosferico, fatto di sole abbacinante, di afe spossanti, di sudori opprimenti, solo talvolta alleviati da bave ventose che spesso sono foriere con il loro alito pesante di nuove fatiche, sembra quasi l’esplicitazione fisica dello stesso clima che si è instaurato tra i coloni. Sembra di ravvisare lo stesso ambiente descritto ne “Il porto delle nebbie” in cui Simenon rappresenta un microcosmo che nello stile a me sembra molto simile a questo. Poi ci sono le descrizioni accurate ed evocative, solcate (ma come una cresta di panna che addolcisce e arricchisce) da una vena di elegante esotismo che è brodo di giuggiole per il mio palato. «Il Vulcania era ormai arrivato a poche miglia dal porto di Mogadiscio, ma la costa somala si vedeva appena. Basso, pianeggiante e privo di grandi alture, il litorale si presentava come una linea ondulata di dune sabbiose, interrotta di tanto in tanto da ciuffi di palme e macchie di acacie. Che differenza dal mio primo arrivo in Eritrea! Ricordo ancora il sole abbacinante che risplendeva nel cielo terso, solcato dal volo dei gabbiani e delle aquile di mare, le veloci fregate. Affollata di pesci variopinti, l’acqua trasparente del Mar Rosso seguiva le curve dei golfi e delle baie rocciose, adagiandosi talvolta su piccole spiagge di sabbia. E deformata dall’effetto ottico della fata Morgana, in lontananza si stagliava la sagoma scura delle montagne». Le descrizioni degli incontri cesellano questa vena leggermente esotica e retrò. “Avvertii il suo respiro sempre più vicino, mentre il gelsomino s’impadronì della mia coscienza, inebriandola. Gelsomino, violetta, lavanda. Delia, Virginia, Sofia. Oppure Monica, Maria Grazia, Anna. Il ricordo di ogni donna era legato a un profumo diverso”. Le pagine sono vive, si sente la polvere da sparo, l’odore dolciastro del sangue vira verso il dolcissimo e stordente profumo di gelsomino, a testimoniare che un incontro notturno e galante può essere ben più pericoloso e carico di mistero di qualsiasi morte diurna. È presente una componente misteriosa e magica e la parte in cui sono evocati gli zombi, uomini, schiavi disposti alla sottomissione coatta al loro padrone, in stato catatonico provocato da miscugli di piante psicotrope e da succhi velenosi di rospi marini e da altre diaboliche pozioni, è una piccola gemma incastonata in un impianto che la fa risplendere, riflettendo iridescenze inquietanti che incatenano la mente del lettore ancor di più della trama e dei suoi fatti che si susseguono incessanti. Sarà che mi sono lasciato ammaliare ma, come un sommellier (magari alticcio), ho sentito un retrogusto salgariano in queste pagine e in queste descrizioni. Lo scheletro che sorregge tutto infine è una scrittura secca, asciutta, talvolta vibrante e telegrafica ma che sostiene con una nervatura salda, le morbidità e le dolcezze di certe descrizioni. Uno strano limpido strumento adatto alle vicende poliziesche ma che si sposa assai bene anche con tutto il resto. Direi, anche qui in termini gastronomici, una scrittura in agrodolce in cui si mescolano i sapori. Chiudo con una nota al testo, nel senso della sua fisicità. Il libro è scritto in un carattere grande, su un foglio bianco latte, ruvido al tatto, in carta opaca che non riflette i luciferini bagliori della luce tanto fastidiosi per il lettore. Anche la pagina si adatta alla perfezione alla fisicità misteriosa che emana da questo romanzo, che per quanto ho finora cercato di chiarire è sì un giallo ma molto di più. È un romanzo storico, un reportage esotico, un poetico arabesco che rappresenta un mondo inghiottito dai gorghi crudeli della storia ma che può rivivere nelle nostre fantasie grazie a libri come questo di Giorgio Ballario che mi fanno ben sperare per il futuro della lettura, perché dimostrano come leggere sia bello, affascinante, facile e carico di tonalità così ricche che vivere poi è più lieve.


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