Un noir che ha il gusto sottile e non gridato di una piccola provocazione intellettuale...
Libero Reporter
www.liberoreporter.it
del 23-12-2009
di Chiara Boriosi
Come nel primo romanzo, “Morire è un attimo”, Giorgio Ballario
prosegue il racconto delle indagini del Maggiore Aldo Morosini
nell’Africa italiana, con un nuovo capitolo ambientato questa volta in
Somalia, nel 1935, alla vigilia della spedizione italiana in Abissinia
organizzata dal Generale Graziani.
La scelta di collocare il protagonista e le sue indagini in un periodo
storico poco frequentato, per non dire rimosso, della nostra storia
recente, intriga ed incuriosisce il lettore, abituato alla
contemporaneità del noir e dunque al riconoscimento immediato di
situazioni, luoghi e retroscena sociali, e qui invece provocato da un
viaggio a ritroso in un passato dai contorni sfocati che pure ci
appartiene e ci ricorda chi siamo stati, non molto tempo fa. Ciò di
cui va dato atto all’autore, e lo diciamo subito, è di non essersi
fatto prendere la mano dalla ricostruzione storica ad ampio raggio,
dalla tentazione del grande affresco sociale, dall’insidia didascalica
della restituzione di un’epoca, e di avere invece molto abilmente
scelto la via della quotidianità per riportarci pensieri, ideali,
emozioni, paure, entusiasmi di una generazione stretta fra due guerre
e cresciuta nell’incubatrice del regime fascista. Attraverso i gesti
quotidiani del Maggiore Morosini e dei suoi collaboratori, si respira
un’epoca senza tuttavia vederla ma piuttosto per suggestioni, piccoli
tocchi, minuterie – le sigarette Macedonia, le canzoni alla radio o
nei varietà, le divise pompose inadatte al clima africano, un articolo
di giornale, il linguaggio astruso e ridondante dei verbali, i
proclami di Mussolini che arrivano da Oltremare: tutto un collage di
tessere virate al seppia come le vecchie foto, ma ancora in grado di
farci risentire sapori, profumi, suoni che appartengono all’album dei
ricordi di ogni famiglia italiana, che ci piaccia o no.
Lo stesso Morosini è tanto credibile quanto più è colto nei suoi
momenti interiori di riflessione che, pur correndo paralleli
all’indagine che sta conducendo e dunque al suo dovere professionale,
esulano in realtà dalla griglia del racconto per meglio permetterci di
penetrare più a fondo nelle oneste considerazioni di un protagonista
della propria epoca, consapevole ma anche critico, ligio al dovere ma
non asservito, un uomo che si trova a vivere un momento storico molto
particolare e cerca comunque di leggerlo, a suo modo, e secondo i
propri parametri personali. Il dispiacere di Morosini è quello di
sentirsi irrimediabilmente separato dalle popolazioni indigene da due
fattori fondamentali, la divisa che veste ed il colore della sua
pelle; vorrebbe penetrare quel microcosmo avvolgente di caldo,
polvere, lingue sconosciute, casette miserabili in vicoli bui, occhi
indagatori, tradizioni antichissime, con uno spirito di umanità che
gli è però vietato dal suo stesso ruolo, e dunque si tiene ai margini
senza però rinunciare a capire. Il suo naturale istinto osservatore,
lo porta a riflettere sugli aspetti diversi, e perché no meno
negativi, del colonialismo italiano, come gli esperimenti di colture
intensive attuati nel Villaggio Duca degli Abruzzi, una sorta di
utopia realizzata nel deserto ed anticipatrice di un diverso concetto
di sfruttamento della terra e di collaborazione fra coltivatori e
proprietari terrieri, così avanti rispetto agli usi della madrepatria
da apparire davvero un miraggio fra le dune. Ma si avverte anche la
sottile avversione per la ricerca del potere e della gloria, politica
ancor più che militare, nella descrizione degli uomini che, a vario
titolo, sono in Africa con la segreta speranza di conquistarsi un
posto al sole in patria, primo fra tutti il Generale Graziani, che
prepara l’aggressione all’Abissinia in maniera quasi maniacale ed è
ossessionato dal timore di complotti orditi ai suoi danni per
screditarlo presso il Duce. Non per caso, crediamo, tutta la vicenda
narrata in questo romanzo è scandita dalla lettura delle Epistole a
Lucilio, che Morosini legge a brevi passi quotidiani, come una
scansione morale del suo percorso fra ombre e pericoli non sempre
visibili, cercando nelle riflessioni di Seneca la bussola che lo aiuti
a non perdersi fra vanità, ambizioni, piccolezze meschine ed
illusioni. Il grande filosofo latino, essenza stessa della scabra
riflessione esistenziale, è all’opposto della romanità classica e
persino sguaiata cui s’ispira il regime, lontano anni luce da
protagonismi imperiali e vanità di conquiste, da grandezze di apparati
e debolezze paludate, e la sua ricerca della sobrietà come stile di
vita e della essenzialità del pensiero come guida interiore,
confortano Morosini nel suo insidioso muoversi fra pescecani e pesci
piccoli ma forse anche più pericolosi, alla ricerca di una verità che,
come spesso accade, non ha una sola faccia e forse non contiene una
sola risposta.
Lasciamo al lettore il gusto della scoperta e della vicenda narrata,
come si conviene ad un noir, che però ha il gusto sottile e non
gridato di una piccola provocazione intellettuale: forse, anche noi
dovremmo tornare a leggere Seneca, in quest’epoca altrettanto
sguaiata, altrettanto esagerata, di una apparente troppa libertà che
in realtà ci ha reso schiavi della nostra stessa limitatezza.
Libri correlati:
Autori correlati:
Collane correlate:
