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Le orme di Gianna Baltaro


Super Eva

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del 12-11-2009
di Loredana Limone

Enzo Bartolone e Daniela Messi hanno scritto un “Un marito per Jolanda. Il commissario Martini e il caso delle nozze osteggiate” (Edizioni Angolo Manzoni - prefazione Giorgio Ballario), libro nato da un incipit di Gianna Baltaro, nota e amata giallista torinese, Agatha Christie nostrana, affreschista della società torinese degli anni Trenta.
Innanzitutto è doveroso riportare una precisazione degli autori: questo libro è un atto d’amore verso Gianna Baltaro, scomparsa improvvisamente nel gennaio 2008; non scritto per sostituirsi a lei, ma seguendo le sue orme, come omaggio doveroso e affettuoso per gli amici (così soleva chiamare i suoi lettori).
Enzo Bartolone & Daniela Messi proseguono lo stile di scrittura inaugurato dalla Baltaro, a partire da un incipit di una sola pagina lasciato dalla scrittrice, che appena aveva iniziato quello che avrebbe dovuto essere il suo diciannovesimo romanzo.
Gli autori non hanno voluto lasciare morire quell’Andrea Martini che Gianna Baltaro sentiva come un alter ego: un personaggio che, nel suo stesso spirito di libertà, amava la vita. E la buona tavola!
I lettori delle 18 avventure del commissario Martini sono abituati alle tante citazioni gastronomiche; i caffè, i piccoli ristoranti, le trattorie della Torino anni Trenta, che Martini e i suoi colleghi (Piperno prima, Ferrando poi) frequentano per appartarsi e parlare lontano da orecchie indiscrete, ma anche per gustare, magari, un ottimo salame e - perché no? - tomini elettrici e rubatà.
Bartolone & Messi hanno voluto mantenere l’attenzione della Baltaro per la buona cucina: una cucina piemontese, assolutamente non vegetariana (così ci obbliga a documentare la fedeltà storica!), con qualche incursione nelle altre regioni italiane.
Al tempo la cucina era prevalentemente regionale, così che si poteva discutere animatamente (come Ferrando con la suocera emiliana) a proposito del primato degli agnolotti sui tortellini.
L’interrogatorio a due testimoni di un delitto, raggiunti da Martini a Busca, diviene occasione per discorrere del profumo della bagna caoda e della sua origine.

Martini finì il gustoso pranzo con un digestivo e con la bella storia, che l’ostessa gli volle raccontare, sull’origine della bagna caoda: secondo la donna quell’intingolo era d’uso presso le legioni romane, che arricchivano il ran- cio principalmente grazie al cavolo. L’ortaggio si conservava a lungo ma, per migliorarne il gusto, i soldati, scaldavano in una ciotola del grasso, dell’aglio schiacciato e delle acciughe e vi intingevano pezzi di caulum.
Alla Trattoria Pollastrini di corso Palestro, Martini e il commissario capo Ferrando, tra un indizio e l’altro, discutono anche con il cuoco della ricetta delle anguille marinate.


E siamo appena all’inizio del romanzo: alla prima vittima!
Questa la trama: fine degli anni Trenta, l’Italia è a una svolta, le nuove leggi e la minaccia della guerra in tutta l’Europa ne impregnano l’aria. Tuttavia Torino siede ancora quietamente, perfidamente, nei suoi salotti perbene, dove odi e veleni sono dosati con garbo subalpino. Già capo della Mobile, Andrea Martini ha ormai abbandonato il suo lavoro ufficiale di custode della legge per ritirarsi in veste di gentiluomo di campagna in un piccolo podere di Diano d’Alba ereditato da uno zio.
Tuttavia, l’ex commissario torna volentieri a Torino per risolvere in prima persona i casi più intricati. Ma il quel 1938 non è più il rispettato e benvoluto ex commissario con libero accesso a qualsiasi ambiente. Deve difendersi, e per difendersi è costretto quasi a sdoppiarsi.
Tutto ha inizio in sordina, con un annuncio inconsueto pubblicato sul quotidiano “La Stampa”, che dà l’avvio a una catena di eventi sempre più drammatici. Tra giardini ancora verdi in un ultimo scampolo d’estate, esponenti dell’alta borghesia torinese, musicisti e zingari, simpatici presunti colpevoli e innocenti antipatici come l’aristocratico spiantato che si fa invitare (e pagare il conto) al celeberrimo ristorante del Cambio.
Menu raffinato:

-In fondo il pranzo valeva la pena, - disse Martini, - il cardo era eccezionale e lo zabaglione era perfetto.
Mentre il Dolcetto che imbottigliava nel suo podere a Diano d’Alba era, pensò senza falsa modestia, molto migliore…

Ma si racconta anche la storia dell’antica caffetteria, che deve il suo nome al fatto che lì, nella piazza Carignano, si effettuava il cambio dei cavalli per le diligenze che arrivavano da Parigi, e in un secolo diventa uno dei ristoranti più famosi di Torino, assiduamente frequentato dal conte di Cavour.
Investigatore paziente e ostinato, aiutato da alcuni colpi di fortuna, tra un interrogatorio apparentemente svagato e un dialogo serrato, di indizio in indizio e di caffè in trattoria, Martini giunge infine alla verità. E giustizia sarà fatta.
In conclusione, un giallo da gustare, stampato a grandi caratteri (lodevole iniziativa delle Edizioni Angolo Manzoni: dovrebbe essere presa ad esempio dagli altri editori) come già quelli di Gianna Baltaro di cui lo scrittore Giovanni Tesio disse: lettura fragrante come le brioche appena sfornate dalla panetteria di via dei Mercanti, libri che si leggono come gustare un gianduja.

Appunto.


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