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Un avvincente noir nel Far West dell’Italia “proletaria e fascista”

Un autore che  ha fondato un genere finora sconosciuto nel nostro Paese: la letteratura coloniale.

Lo spiffero

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del 22-01-2010
di Bruno Babando

Ballario fa il bis con le avventure del maggiore Morosini: un personaggio che tanti hanno già imparato ad amare. La seconda puntata di una saga che farà molta strada
L’anno è il 1935, vigilia della proclamazione dell’Impero. Pochi mesi prima dell’attacco all’Abissinia da parte delle due glorie nazionali dell’epoca: il quadrunviro De Bono, che di lì a poco muoverà dall’Eritrea, e il generale Graziani, in lenta marcia dalla Somalia. L’Italia “proletaria e fascista” non vuole avere più nulla a che spartire con quell’Italietta giolittiana, provinciale e marcia, che pure avviò la prima campagna coloniale con la conquista dell’ultimo possedimento ottomano sulla costa sud del Mediterraneo.
È scoccata l’ora del “destino fatale” , la  propaganda fascista suona la gran cassa del “posto al sole” per dare terra e lavoro ai contadini italiani e farsi largo tra le potenze europee. «Italia proletaria e fascista, Italia di Vittorio Veneto e della Rivoluzione, in piedi! Fa' che il grido della tua decisione riempia il cielo e sia di conforto ai soldati che attendono in Africa, di sprone agli amici e di monito ai nemici in ogni parte del mondo. Grido di giustizia, grido di vittoria!», proclamerà il Duce la sera del 2 ottobre 1935.
La scintilla, l’occasione, il pretesto – ognuno, a seconda della vulgata che preferisce, scelga il termine – fu una serie di aggressioni da parte di bande di ras etiopi ai danni dei presidi italiani in Eritrea. Forse su diretto mandato del negus Selassie.
Questo è il contesto storico dell’ultimo libro di Giorgio Ballario, Una donna di troppo (Edizioni Angolo Manzoni), che non è un libro di storia, ma che dei fatti storici di quell’epoca, di quegli eventi realmente accaduti, di quei contrasti indecifrabili tra bene e male, di quel sentimento in cui è improbo distinguere l’amore dall’odio si alimenta e s’immerge. Senza per questo mai cedere allo stereotipo di maniera né, tantomeno, alla saccente lezione del politically correctness.
Un romanzo che meglio di un libro di storia restituisce la matassa inestricabile di una stagione condannata da una storiografia ideologica e conformista all’oblio e alla rimozione o, al più, per lungo tempo coltivata nelle memorie private o familiari.
È un giallo, un noir, un thriller o come caspita si cataloga la narrativa che muove da gesta criminali per tentare di ristabilire, con la soluzione del “caso”, l’equilibrio iniziale, lo statu quo ante turbato dall’accidente delittuoso.
  Ballario (nella foto) torna a distanza di un anno con il bel personaggio uscito dalla sua fantasia (ma anche dall’assidua frequentazione di aule di tribunale, commissariati e caserme (l’autore è un valente cronista di giudiziaria della Stampa) il maggiore dei regi Carabinieri Aldo Morosini, di stanza a Massaua, già protagonista del romanzo d’esordio Morire è un attimo. La nuova indagine lo conduce questa volta a Mogadiscio per fare luce su una serie di morti misteriose, sempre accompagnato dal fidato maresciallo Barbagallo e dall’enigmatico ascaro Tesfaghì. La trama è avvincente, nulla è dato per scontato e, come in ogni buon giallo, la soluzione non è data da un banale coup de théâtre ma dal concatenarsi di fatti mai scontati, alcuni davvero imprevedibili e, soprattutto, dall’accurato disvelarsi della vicenda. Ballario si mostra del tutto a proprio agio non solo con questo frangente della storia patria, ma anche con i ferri del mestiere del narratore: lingua, ritmo, descrizione di luoghi e tipi umani. L’ennesima buona prova narrativa di un autore che a tutti gli effetti, e non sappiamo quanto consapevolmente, ha fondato un genere finora sconosciuto nel nostro Paese: la letteratura coloniale.


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