"Il romanzo cattivo” di Andreina Bert
IMPEGNO 1/10
del 01-01-2010
di Piera Egidi Bouchard
...”The di Natale” con la presentazione dell’ultimo libro di Andreina Bert, “Romanzo familiare”, che l’autrice - non sottraendosi, con il consueto garbo, alle domande e agli interventi - definisce con sottile ironia “il mio romanzo cattivo”, promettendo come sua prossima opera qualcosa di più dolce e romantico. Cosa di cui mi sono permessa di dubitare, avendo la scrittrice un percorso di tutto rispetto nel genere noir.
Quest’ultimo romanzo è la narrazione delle vicende di una famiglia nei brevi giorni di una vacanza agostana nella loro villa, situata nelle valli valdesi, a San Germano. La noia e la banalità impera nelle giornate di questa famiglia, “degne di figurare nel libro d’oro dei benpensanti”. È una famiglia “perbene” (quante volte è ripetuta questa definizione!) che in realtà si evidenzia come un insieme malriuscito di personaggi vinti e inerti, dominati da un padre-padrone, il commendator Boccarini, violento e perverso. I due figli, Germano - pieno di tic e di manie - e Adolfo - debole e frivolo -, sono giovani irrisolti, la cui vita è senza scopo, dominati dalla noia, mentre la figlia Eloisa vive se stessa come “il tipo tappezzeria”, una persona “incolore,”e scrive versi che "l'aiutano a vivere". La madre, poi, è dedita all'alcool, trasformandosi progressivamente in una vecchia ebete e bigotta. Tutto l’insieme degli amici di una sera, compagni di bar o feste, è altrettanto squallido, privo di ogni positività, inutile.
Anche le persone in apparenza più vitali si rivelano superficiali o illuse: la giovane Barbara, che insegue utopie piuttosto generiche, partendo per l’Africa, ma forse soltanto volendo sfuggire alla noia di quel mondo, il poeta Gent, che si esibisce in conversazioni alla moda nei salotti e finisce irretito nelle seduzioni della giovane vamp Beatrice, l’architetto Bianchi, che per una attimo illude di una promessa d’amore la povera Eloisa, ma che poi si scopre irrimediabilmente coniugato. Alla fine, attraverso la disillusione e la disperazione, peraltro rese in modo grottesco attraverso un’impietosa scena di sbronza, alla protagonista non resta che rientrare nell’impotenza della solitudine inflittale come destino, e nel silenzio.
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