Ho ritrovato dentro questo curioso e prezioso libro l’interezza e la complessità di un mondo contadino che non esiste più...
PRESENTAZIONE
del 14-11-2009
di
Giovanna Pentenero
(Assessore Istruzione e Formazione Professionale della Regione Piemonte)
Ho ritrovato dentro questo curioso e prezioso libro l’interezza e la complessità di un mondo contadino che non esiste più.
Un mondo tuttavia sempre vivo e presente nelle nostre campagne, di cui hanno ancora memoria i nostri anziani e che in fondo è la radice a cui si aggrappano i nostri tempi moderni con tutte le loro palpabili contraddizioni.
Quello di Mezzi Po è un microcosmo altamente rappresentativo della più ampia realtà rurale dell’Italia sul finire degli anni cinquanta, “tempo di mezzo” di quell’Italia postbellica che faticava a risollevarsi e a trovare una nuova strada, stretta com’era tra antichi respiri e aneliti progressisti, tra attaccamento alle tradizioni e abbandono delle campagne.
Un mondo dicevo che non esiste più, ma di cui Marco Volpatto, con la sua scrittura piena e fortemente evocativa, con la sua conoscenza profonda delle caratteristiche storiche e geografiche di questo particolare territorio, riesce a restituirci un’immagine autentica, che è ben più di una fotografia in bianco e nero.
Di questo composito caleidoscopio si percepiscono così l’atmosfera e la poesia, i profumi e i sapori, l’asprezza e l’innocenza, l’ingenuità e la crudezza e si riesce ad addentrarsi in un colorito universo che d’improvviso non appare più così tanto lontano.
Il dialetto piemontese, rivitalizzato e utilizzato attraverso la lente bonariamente ironica dell’autore, ci aiuta in questo cammino di lettori che è al tempo stesso riscoperta della nostra storia e rivalutazione del nostro passato.
Anche a non voler idealizzare quella realtà contadina, dura e drammatica, legata spesso a una povertà disarmante, non si può trascurare quanto di leggendario e autentico in essa fosse presente.
A tal proposito Pietro Citati ha scritto un bell’articolo apparso recentemente su La Repubblica: “Molti anni dopo, la civiltà contadina scomparve. In apparenza, l’aria diventò più libera: non c’era più quella tragica concentrazione di passioni; il mondo sembrava meno fosco e intenso. I contadini diventarono operai agricoli. […] Ma non c’era più nulla o quasi nulla, di quella passione per il lavoro ben fatto, di quella attenzione per ogni aspetto dell’esistenza e di quella miracolosa precisione”.
Ogni passaggio epocale, ogni snodo storico aggiunge e, inevitabilmente, toglie qualcosa alla società che lo sta vivendo e attraversando, proiettando cose e persone verso il futuro, lasciando, nel contempo aperte domande e riflessioni sul cambiamento degli usi e dei costumi e sull’evolversi dei tempi.
La vicenda raccontata da Marco Volpatto ci trasporta, come una fantascientifica macchina del tempo, in un altro periodo storico, ci appassiona, ci arricchisce e ci regala anche, immancabilmente, un sottile velo di malinconica nostalgia.
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