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Il diario di Fenoglio


La Gazzetta del Mezzogiorno

del 16-06-2007
di SERGIO D’AMARO

Il Centro Culturale ‘Beppe Fenoglio’ di Murazzano ha promosso un’operazione originale: affidare a studiosi, amici personali di Fenoglio, famigliari stretti (la sorella Marisa, ella stessa scrittrice, e il fratello Walter) il commento di tutti e 43 i frammenti del Diario.
Una ad una, le pagine quasi appena graffite dello scrittore langhigiano riacquistano sostanza di storia e di situazioni: sono appunti, cronache disossate, mozioni di progetti, rovelli fulminanti. Diario è una parola grossa, o meglio impropria per Fenoglio, che in realtà non ebbe mai l’intenzione di farne, lui che non amava le proiezioni intimistiche o inutilmente liriche. Malgrado questa ritrosia al journal intime, il Diario di Fenoglio rivela il culmine di una crisi e informa su elementi cruciali delle sue coordinate di scrittore e di uomo. Il motivo centrale si trova già al frammento VII, “Ego scriptor” (commentato dall’amico Ugo Cerrato), richiamato dal XVIII, “Quasi fare” (commentato da Paola Gramaglia), dal XXIV, “Autocritica” (di Giovanni Tesio) e dal XXXIII, “Agonismo” (del critico appena citato). Cosa è successo? Vittorini ha firmato il risvolto di copertina del ‘Gettone’ einaudiano de La malora, rilevandone più i limiti che i meriti e parlando di “afrodisiaci dialettali” e di “provinciali del naturalismo”. Fenoglio se ne adontò molto e vide completamente fraintesa la sua arte narrativa. Di qui derivò un’interna battaglia e una volontà ancora più rafforzata di seguire la sua vocazione, pensando a nuovi racconti, riprendendo le fila di altre idee, facendo albeggiare testi che poi diventeranno noti come “L’esattore” o “Un giorno di fuoco”.
Officina rovente, dunque, che non può essere languore di rimuginìi, bensì dialogo con se stesso, criticato, dissezionato, metallo ormai disponibile a nuove forme, ma sempre comunque coerente con il suo orizzonte esistenziale e le sue scelte filosofiche. Uno dei dubbi più incisivi è se restare o uscire da Alba, se accettare il rischio di una palude macerante o la cesura di un’emigrazione chirurgica, mirata più o meno meccanicamente alla sprovincializzazione.
La scelta di Fenoglio sarà più o meno fatalmente restare, ma sapendo fino in fondo, nudamente, di essere uno scrittore ‘cosmico’: pace e guerra sulla Langa gli insegnano una visione allegorica dell’uomo, così come il paesaggio, gli strati storici di civiltà, la disposizione degli oggetti naturali, il loro mistero consentono l’accesso ad una realtà senza apparenze. Nel Diario ci sono riferimenti al significato dei camposanti, alla poesia amata di Gray e di Hopkins, alle radici sepolte degli avi (nel frammento ‘Myself’, ad esempio, commentato dalla sorella Marisa), come a ribadire la radicalità di una visione che non può non partire dal profondo sé per allargarsi a tutti gli altri, a quel desiderato ‘centro’ della condizione umana capace di tutte le province.


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