Se fosse rimasta in Romania, noi avremmo perso i suoi libri...
Presentazione
del 27-11-2010
di Sergio Albesano
“Che patria ho io? La mia terra dov’è? Dov’è la terra sulla quale potermi sdraiare? In Algeria sono una straniera e sogno la Francia. In Francia sono ancora più straniera e sogno Algeri. Sono stufa di non essere al mio posto e di non sapere qual è il mio posto. Ma le patrie non esistono da nessuna parte!”
Ho iniziato il mio intervento con questa citazione dal testo "Ritorno al deserto" del drammaturgo Bernard-Marie Koltes poiché oggi vorrei parlare del rapporto fra emigrazione e letteratura. E vorrei parlare di questo argomento perché Valerica Mocanasu è rumena ma vive in Italia, parla il rumeno ma scrive in italiano.
Anzitutto, come si destreggia con l’italiano una persona di madre lingua diversa dalla nostra?
Lo scrittore Predrag Matvejevic, nato in Bosnia-Erzegovina, affermava: “Uno straniero, talvolta, percepisce il significato di alcune parole nella lingua straniera meglio di chi le parla nella lingua madre.”
Non so se sia vero, ma so che Valerica padroneggia molto bene la nostra lingua. Già in occasione della pubblicazione del suo primo libro, Il sapore della mia terra, avevo scritto, come è stato poi ripreso dall’editore nel risvolto di copertina, che era “un atto di coraggio per una persona di lingua diversa dall'italiano realizzare un libro nella nostra lingua, cimentandosi con un idioma bellissimo ma dalla difficile grammatica. Se poi questa coraggiosa persona riesce a produrre un testo ben scritto, con uno stile che tanti pseudo scrittori di madre lingua italiana anche famosi non saprebbero mai raggiungere, non ci si può che inchinare davanti a lei e apprezzare le sue capacità.” Anche in occasione dell’uscita del suo secondo libro non posso che confermare quando avevo dichiarato allora.
La situazione dell’emigrato non è mai stata facile nella storia. Già nella Bibbia si trovano precetti per aiutare e difendere il forestiero, poiché, appunto, la sua vita è difficile. “Quando raccogli la messe nel campo e dimentichi un covone, non tornare a prenderlo; sarà per il forestiero, per l’orfano, per la vedova affinché ti benedica il Signore tuo”, è scritto nel Deuteronomio. E altrove: “Ama il forestiero e dagli pane e vestito. Amate dunque il forestiero perché anche voi foste forestieri nel paese d’Egitto”. Nell’Esodo: “Non molesterai lo straniero, né l’opprimerai, perché foste anche voi stranieri in terra d’Egitto.” Queste parole non erano valide solo per gli israeliti di migliaia di anni fa, ma lo sono anche per noi oggi. Anche noi italiani fummo stranieri, se non in terra d’Egitto, in terra americana. Gli italiani hanno conosciuto l’emigrazione più forte di tutti gli altri paesi europei all’inizio del secolo scorso e molti hanno subito disagi enormi: adesso che la gente viene in Italia, sarà forse il caso di ricordarsi di quella esperienza.
A questo punto mi domando: “Mocanasu è un’emigrata felice?” Non conosco la risposta, ma credo di poter affermare che sia stata felice di emigrare!
Ma adesso parliamo un po’ del suo libro. E’ un romanzo attraverso il quale lei racconta la storia di una generazione e scatta una fotografia nitida della Romania degli anni ’70 – ’80. La Romania in quel periodo era un paese sconvolto da grandi trasformazioni e dai cambiamenti dovuti all’industrializzazione forzata imposta dal regime comunista. Centinaia di fabbriche e cantieri si alzavano dappertutto e convertivano i lavoratori della terra in operai che diventavano i nuovi cittadini.
Florina, il personaggio principale del romanzo, é una tra migliaia di ragazze che in giovane età avrebbe dovuto sposarsi e proseguire la tradizione. Infatti dopo i vent’anni le ragazze si consideravano zitelle. Come conseguenza delle esperienze spiacevoli che ha avuto, Florina non riesce a inserirsi nel vortice dell’entusiasmo giovanile locale, dandosi da fare solo per accalappiare un marito. Anzi, lei fa di tutto per evitare il matrimonio.
In quel mondo patriarcale non era facile farsi ascoltare. La concezione locale era un misto tra il collettivismo e l’individualismo. La giovane donna doveva sopportare le conseguenze delle scelte dei genitori, che, appunto, facevano scelte per lei ma di queste scelte non si assumevano poi anche le responsabilità. Sposare una figlia era un modo per liberarsi di lei. Se il matrimonio andava male, soltanto la sorte era colpevole.
Florina non vuole sottomettersi alla tradizione e viene praticamente cacciata da casa. Quindi studia a proprie spese. Il fatto di essere l’unica della sua borgata che si è diplomata non fa nessuna impressione al padre che ad un certo momento le dice: “Ma chi ti credi di essere? (…) se qualcuno acconsentirà, per il mio buon nome, a chiederti in moglie dovrai ringraziare il cielo! Ti ho permesso di vivere troppo bene in casa mia e ti è salita la democrazia in testa!”. Nel libro, a pag. 72, in realtà è scritto “hai la democrazia in testa” ma forse la traduzione più corretta dell’espressione rumena è proprio “ti è salita la democrazia in testa”.
Poi, dopo essere stata cacciata da casa, va a lavorare in un cantiere. E qui sembra che la mano di Dio, miracolosamente, voglia preservarla in vita. Lei non capisce perché in quella settimana le fossero successe tante disgrazie: lo stupro, le liti con il padre. Capisce poi tutto quando il camion con cui dovevano arrivare al cantiere, dove si sta costrendo nel cuore della montagna una diga, le sue tre amiche con le quali anche lei doveva essere si rovescia in un burrone. Tragedie incatenate. Ma la gente è indifferente alle disgrazie dei suoi simili. Sono uomini e donne brutali, abituati a calpestare i loro compagni di vita, soltanto per avere la conferma del proprio valore in quel mondo senza orizzonte.
Florina, quindi, non riesce a farsi accettare nella sua famiglia, non riesce a essere simile a coloro che studiano con lei e neanche ai colleghi di lavoro. Le manca qualcosa di essenziale per integrarsi in quel mondo.
Proprio quando sta maledicendo il genere maschile, appare Adam. Un ideale, un sogno. Un ipotetico romantico ragazzo che si sente attratto verso Florina attraverso i fenomeni paranormali. Adam non giudica, non cerca le colpe, ma vede la bellezza che c’e dentro Florina, oltre quella fisica.
C’e in Florina un mondo strano, forse proprio di un popolo con profonde radici mistiche e cristiane. Intuizioni, presagi e miracoli trasformano la sua solitudine in un vivere intensamente. Essa rifiuta la realtà deprimente sostituendola con il mondo luminoso della sua fede. Piange di felicità. Dall’oggi al domani si mette a chiedere miracoli al suo Dio e stranamente il sopranaturale interviene.
Nel libro le cose vanno come talvolta capita nella vita, cioè in modo paradossale. La ragazza che voleva essere padrona della sua vita, che voleva costruirsi da sola il suo futuro e non vivere all’ombra di un’uomo, pur non conoscendo ancora bene Adam rinuncia a tutto e va via con lui. Che cosa cercava Florina? Cercava l’indipendenza? Cercava l’amore? Cercava la sicurezza? Come sapremo se quello che ha trovato è il vero amore? Non vi dirò come finisce il libro, perché così se vorrete saperlo dovrete acquistare il volume e leggerlo!
Però forse anche questa vicenda amorosa di Florina non è altro che un’ennesima prova, perché talvolta, quando abbiamo l’impressione di aver trovato l’amore, rinunciamo a lottare.
E’ un romanzo che ci provoca a meditare, che ci fa immergere dentro noi stessi per cercare il senso nascosto della vita.
Io ho l’impressione che Mocanasu sia una donna in bilico sul confine immaginario fra Italia e Romania, come tutti gli emigrati, perché il paese che accoglie non è la loro patria e quello che è stato lasciato ha smesso di esserlo, salvo che nel ricordo.Talvolta gli emigrati vivono in questo ricordo e la loro visione si sdoppia tra “da noi” e “qui”.
Poi ci sono gli emigrati che scrivono libri in italiano, come Mocanasu, e secondo me fanno una straordinaria irruzione nella nostra letteratura, perché le loro metafore sono diverse, diverso il loro modo di esprimersi e mi sembra che questo immaginario arricchisca quello della letteratura italiana.
Il sottotitolo del libro recita: “Nella Romania al tempo di Ceausescu”. Una cosa che mi ha incuriosito è il fatto che, parlando con altri emigrati rumeni in Italia, spesso li ho sentiti parlar bene del periodo socialista in cui erano sotto Ceausescu. E non si tratta, come spesso avviene in Italia, di persone anziane che confondono nella loro memoria il ventennio fascista con i loro vent’anni e quindi considerano positivo il regime di Mussolini perché allora erano giovani, mentro ora debbono camminare con il bastone. No, le persone che ho sentito apprezzare Ceausescu sono sufficientemente giovani per non incappare in questo errore. Allora, come mai fanno queste affermazioni? Sarebbe interessante se qualcuno in questa sala potesse proporre una risposta.
Talvolta però, fortunatamente non in Italia, gli emigrati non possono esprimersi. E’ una forma di esilio molto dura questa, forse la più dura di tutte. Si muovono fra i propri connazionali, ascoltano le parole della lingua madre senza poterle esprimere, anzi temono che gli scritti non ben nascosti possano essere scoperti, con conseguenze nefaste. Ad esempio la poetessa Marina Cvetaeva sopravviveva vendendo maglioni in una pubblica piazza per ottenere dalla questura il diritto di risiedere di sei mesi in sei mesi e in seguito a questa esperienza si suicidò.
Altri non possono lasciare il loro paese. Ad esempio il prosatore Ismail Kadarè ha vissuto anni difficilissimi nell’Albania di Hoxa. A chi gli chiedeva perché non emigrasse rispondeva che non andava via perché sarebbero rimaste in patria le sue due figlie, la moglie, la madre e la sorella, sulle quali il dittatore si sarebbe certamente rivalso. Non poteva far pagare un prezzo così alto ai suoi cari. Drammi del genere si trovano in molte letterature.
Nietsche diceva: “Solo quando hai lasciato la città vedi a che altezza le sue torri si innalzino sopra le case”. Dunque andare via volontariamente dal proprio paese è anche un’occasione per conoscere l’altezza delle mura della propria casa, per conoscere meglio, da distante, il proprio paese. Quindi gli emigrati che scrivono svolgono in qualche modo un ruolo profetico per la terra che hanno lasciato. Il loro paese di origene deve tener conto di queste voci per non finire come una Galilea qualsiasi, che ha visto tanti profeti nel deserto e ora si accontenta del deserto perché non vuole più ascoltare i profeti.
Plutarco diceva, per consolare la moglie: “ Molti erano esiliati. Aristotele era di Stagira, Teofrasto di Ereso, Stratone di Lampsaco, Glicone della Troade, Aristone di Chio, Critolao di Farselide e, nella scuola stoica, Zenone era di Cisio, Creante di Asso, Crisippo di Sori, Diogene di Babilonia e tutti hanno dovuto andarsene.” E aggiungeva: “Se non fossero partiti, forse non avrebbero fatto quello che hanno fatto.”
E io concludo affermando che probabilmente, se Mocanasu fosse rimasta in Romania, noi avremmo perso i suoi libri.
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