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Apprezzabile e raro è che una biografia sentimentale di questo tipo venga declinata al maschile...


IL MANGIALIBRI

http://mangialibri.com/node/7708


del 01-01-2011
di Alessandra Farinola

Per una intera generazione, forse perché più di altre vissuta a cavallo di sogni e promesse - molti dei primi infranti e troppe delle seconde deluse - la soglia dei quarant’anni pare ingenerare pericolosi rendez-vous che aprono un ventaglio di nuove possibili strade da intraprendere: da costosi percorsi psicoanalitici a nuove improbabili giovinezze fatte di nottate da quindicenni in discoteca e vistosi cambiamenti di look. Tutti, uomini e donne, sembrano non essere esenti dallo spaesamento più o meno accentuato che questo momento cruciale determina.

Giunto ai suoi quarant’anni, Giacomo, autore ed io narrante, sceglie di mettere nero su bianco la propria vita, magari per cercare più facilmente un bandolo nella sua storia incasinata, ma cogliendo l’angolazione che privilegia il percorso dell’ anima, alla ricerca infinita della felicità. Le stagioni, e i capitoli, di questa storia coincidono con quelli degli amori e hanno i nomi delle donne che ne sono state protagoniste. Da Yvonne, la ragazzina più grande che insegna l’amore all’adolescente Giacomo, destinata a chiudere uno di questi cerchi concentrici citati nel titolo del romanzo; a Paola e Roberta, ovvero gli anni spensierati e folli dell’università ad Urbino a base di sesso e alcol; a Kelly e Nanà, le uniche vere compagne di vita, benché a quattro zampe, femmine anch’esse.

Ma c’è anche un bambino, inaspettato e giunto a scompaginare il cuore e la mente, come solo un figlio può fare. “Una vita di cerchi concentrici: il primo sasso che una mano ha lanciato nel cuore ha generato un primo cerchio di emozioni che contiene e controlla il crescere di tutti gli altri cerchi. (…)Onde che si inseguono (…) fino al ritrovarsi della prima onda, del primo cerchio, della prima emozione, con l’ultima”.

In una Torino dalle mille facce, sempre  misteriosa e affascinante, ma ormai multietnica e globalizzata, presente sempre nel racconto come uno sfondo irrinunciabile anche negli anni intensi e scapigliati lontano, a Rimini e Urbino, vissuti e goduti intensamente nella certezza inconscia e mai appannata del ritorno alle radici, Giacomo racconta le sue storie, le sue emozioni, i suoi dubbi. Questa una ipotetica arringa a sua difesa: “Non ho mai voluto portare a termine alcuna delle escursioni amorose perché il portare a termine già di per sé è concetto non opportuno in vicende d’amore”, un assioma sbandierato come una sorta di manifesto a difesa delle “persone inquiete per natura” che si possono solo accompagnare nei loro percorsi…

Ha decisamente ragione Piero Burzio nella prefazione quando dice che questo non è un romanzo di formazione, né un romanzo erotico ma un romanzo sociologico, per cui capiterà a molti di riconoscersi nell’inquietudine, nell’eterna insoddisfazione, nella paura stessa di essere felici, nell’incapacità di una qualsivoglia stabilità emotiva che spingono inevitabilmente ad avvicinarsi a persone sbagliate, destinate a lasciare l’ennesima cicatrice nell’anima.

Apprezzabile e raro è che una biografia sentimentale di questo tipo venga declinata al maschile, lì dove più spesso la si legge al femminile, magari in chiavi diverse, dall’umoristico al romantico e all’erotico. Ma questo può essere anche il limite di questo romanzo. Ancora Burzio suggerisce la necessità di uno sforzo per “andare al di là della lettera del testo” per “riconoscere il segno generazionale di quasi-giovani alle prese con la propria incapacità di crescere” e questo è abbastanza evidente. Tuttavia la sensazione è che l’ego del protagonista in questa sorta di biografia emozionale si compiaccia fin troppo di una serie infinita di storie di sesso, a volte d’amore, ben aldilà di quanto confessato più volte dallo stesso, che pure ogni tanto appare abbastanza spietato con se stesso e intenzionato a mettersi a nudo con una certa sincerità senza troppe ipocrisie. Si capisce benissimo che, per paura, in questi cerchi concentrici si sia sforzato di rimanere sempre al centro, quasi in apnea, come allude simpaticamente il “pescetto” rosso che nella colorata copertina sta stretto in una boccia di vetro, appunto al centro dei cerchi concentrici, come a dire che, dopo aver provocato queste increspature sull’acqua mai immobile dei sentimenti con il sassolino gettato dalla sua anima, si è tenuto sempre nella calma innaturale del centro per non esserne mai veramente toccato.

Pare spesso una lettura intimista e delicata ma poi si scopre che sempre (sempre?!) quando un uomo guarda una donna per prima cosa la immagina nuda ed occupata in posizioni da kamasutra, e allora, quando dice che non necessariamente l’amore debba portare da qualche parte “perché non è la destinazione che fa di un viaggio un grande viaggio” Pescetto ci fa pensare piuttosto che all’Itaca meravigliosa di Costantino Kavafis solo ad un banale uomo di quarant’anni affetto dalla sindrome di Peter Pan. Peccato, peccato davvero perché la scrittura di Pescetto è bellissima e capace di interi passi delicatissimi e poetici che tanto stridono con altri ben più superficiali e quasi banali come, ad esempio, i luoghi comuni sull’amicizia maschile: UNA SOLA REGOLA ovvero mai con la donna, anche se ex, di un amico! L’hanno detto anche i Pooh, per la miseria! Troppo, troppo giovanilistica la scrittura in certi tratti, che pare proprio di vedere un film di Muccino pre-States. Sarebbe quindi davvero interessante leggere Pescetto cimentato in altra materia: potrebbe essere qualcosa di molto, molto, molto bello. Una nota di merito per l’editore, impegnato in una stampa corpo 16 che favorisce una lettura più riposante...


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