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Duccio Rébora, più maestro di vita che allenatore


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del 11-04-2002

Il narratore, un ex calciatore, racconta dei suoi rapporti con un suo allenatore, Duccio Rébora, più maestro di vita che allenatore, un possidente ferrarese che sembrava intenzionato a dilapidare tutte le sue sostanze. In qualche modo aveva sostituito la figura del padre, un padre sempre più estraneo e lontano, chiuso nel suo aristocratico distacco nei confronti degli interessi e del lavoro del figlio, calciatore professionista. Egli è stato per lui quasi un figlio, il figlio che era morto suicida. Ora tornando verso Ferrara, chiamato per le condizioni critiche di Duccio, ricostruisce il suo rapporto con lui, fa un ritratto del personaggio, del suo anarchismo da ricco, del suo quasi violento edonismo, ricorda le feste con il suo gruppo di amici in una cascina di campagna, cui partecipavano donne di classe sociale inferiore, le sensuali donne del Delta, spesso usate e scambiate. Egli, giovane, si era legato con una di queste, il loro era un legame forte, anche se fatto di poche parole, vissuto spesso in macchina, immersi nel paesaggio desolato, nei vastissimi cieli del Delta. Ma quando la donna gli aveva parlato della sua gravidanza egli era fuggito affidando a Duccio il compito di trovare una soluzione. Quindi, trasferitosi, la sua vita era proseguita lasciandosi tutto alle spalle. Ora, ritornato, scopre un uomo morente che ha vissuto il resto della sua vita in modo diverso, ha quasi adottato una giovane donna, si è accostato alla religione, ha fatto scelte che sembrano diversissime da quelle dell'uomo che ha conosciuto. L'autore riesce a reggere con una certa credibilità i rapporti tra i personaggi, le scelte, le trasformazioni radicali, il tema della paternità. La lingua complessa, articolata, talvolta diventa concettosa e involuta. Da segnalare anche la maestria dell'autore nel costruire la narrazione, in un continuo sovrapporsi di andirivieni temporali, prolessi ed analessi che si intrecciano in modo fluido, quasi seguendo il flusso di coscienza del protagonista. Anche la ricostruzione dell'ambiente provinciale degli anni '50 è ben condotta, nonché l'introspezione psicologica dei personaggi principali. Un po' meno convincente la conclusione della vicenda, anche se preparata dal precedente svolgimento. Colpisce immediatamente la sicurezza narrativa di uno stile la cui finezza descrittiva riecheggia addirittura moduli bassaniani - e non solo perché l'ambiente così efficacemente rievocato è Ferrara. Qualche incongruità forse soltanto nella psicologia del co-protagonista, l'ex allenatore la cui vena "decadente" (se si può ancora usare un termine desueto...) apparentemente stonata per l'epoca si risolve però realisticamente nella conversione, mentre al narratore è riservata, ancora, la fuga. Ed è appunto l'atmosfera della sconfitta che domina un romanzo dalla notevole tenuta complessiva.


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