Delle «grandi orme» dei Patagones non è rimasta nemmeno la memoria
LA STAMPA
del 08-03-2003
di Claudio Gorlier
Calcufurà, Namuncurà: nomi che suonano familiari soltanto agli specialisti o, direttamente e indirettamente, ai lettori appassionati di Bruce Chatwin. Cacicchi degli indios della Patagonia, eroi sfortunati nelle guerre che, dalla metà dell’Ottocento fino al 1880, l’Argentina scatenò contro di loro fino, virtualmente, a distruggerli. Quanto appropriato risulta dunque il titolo del rigoroso e avvincente libro di Sonia Piloto di Castri, La memoria negata. I dati ufficiali riportati nel libro parlano di «12.650 indigeni tolti in vario modo dalla circolazione». E conta ben poco che una via di Buenos Aires sia dedicata a Namuncurà, morto pressoché centenario e padre di un convertito, Ceferino, divenuto salesiano e morto, seminarista a Roma, di tubercolosi nel 1905.
Esploratori, navigatori, corsari avevano forse individuato questa regione australe già nel Quattrocento…ma per tre secoli l’interno rimase inesplorato, terra dei Patagones, così chiamati con parola dello spagnolo d’America per indicare le grandi orme che gli indigeni lasciavano con le loro calzature di pelle. La vera conquista, e la distruzione degli indios, così, si realizzò in pochi decenni dell’Ottocento, e il territorio fu spartito tra Argentina e Cile.
La memoria negata segue, capitolo dopo capitolo, le vicende dell’intera America australe. Ecco la prima fondazione di Buenos Aires, la sua distruzione e la seconda fondazione. Poi la penetrazione nel «mare d’erba» della Pampa: i mapuche a cavallo diventano, appunto, i Pampa, stirpe araucano-auca…
La quarta e la quinta parte del volume, forse le più affascinanti, raccontano del progetto ciclopico e a suo modo folle dello scavo della zanja, un fossato di 610 chilometri destinato ad attraversare tutta la Patagonia, per arginare le scorrerie dei Pampa; poi lo scatenarsi della guerra di conquista senza esclusione di colpi…
L’autrice rammenta opportunamente gli echi, di seconda mano, di vicende dei pampa nei Figli del capitano Grant di Jules Verne e nel sorprendente La stella dell’Araucania di Emilio Salgari, ma va da sé che una data cruciale è il 1977 con In Patagonia di Bruce Chatwin… Né ignora Patagonia express di Luís Sepúlveda. Molto a proposito, però, mentre addita una nuova moda che sta ormai dilagando anche sul piano del turismo di massa, Italia compresa, conclude malinconicamente constatando che degli indigeni spazzati via senza quasi lasciare traccia rimane a stento un esile, approssimativo ricordo.
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