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Entro breve termine l'umanità dovrà affrontare la sua sfida più grande per vincere la fame


DOMIST

del 01-01-2000
di segnalazione a cura di Marco Milani

Entro breve termine l'umanità dovrà affrontare la sua sfida più grande per vincere la fame: sarà imprescindibile sviluppare sistemi agricoli produttivi, che garantiscano e soddisfino le necessità fondamentali umane e utilizzino le risorse naturali in forma sostenibile. La diversità biologica agricola ha un'importanza vitale ed è invece a rischio, a causa della contaminazione con gli OGM. Gli OGM sono gli Organismi Geneticamente Modificati, brevettati (e il costo del brevetto si aggiunge al costo del prodotto, «No ai brevetti nei paesi poveri», afferma l’economista Renato Brunetta su LA STAMPA del 13/8/03) dopo essere stati creati attraverso la manipolazione genetica allo scopo dichiarato di resistere ai parassiti, di ridurre l'uso di diserbanti e pesticidi e di assicurare raccolti più abbondanti. Perciò le colture geneticamente modificate potrebbero, secondo alcuni, aiutare l'agricoltura dei paesi in via di sviluppo (anche se proprio in questi paesi è principalmente localizzata la diversità biologica, con tutta la sua potenziale ricchezza). Si tratta di un grande equivoco: il Wwf (LA STAMPA 5/8/03) sostiene che la vera causa della fame del mondo non è la mancanza di cibo, ma la povertà. Spieghiamo con le parole dell’economista Jeremy Rifkin: «Se volessimo affrontare seriamente il problema della fame dovremmo cominciare con una riforma agraria… il 78% delle persone malnutrite vive in paesi dove esiste il cibo necessario a sfamarle: il vero problema è che non hanno accesso alla terra da coltivare… Il vero rimedio per la fame e la povertà è un’agricoltura organica rispettosa della natura, e riforme dell’accesso alla terra, della catena alimentare e delle barriere doganali» (LA STAMPA 6/8/03). Per salvare l’agricoltura, anche dall’impazzimento del clima, dicono gli studiosi (LA STAMPA 28/7/03) che l’aiuto più determinante non viene dalle biotecnologie, ma dall’informatica: «il video del computer può trasformarsi nella classica sfera di cristallo…in cui trovare le soluzioni più idonee alle varie situazioni». E un altro aiuto può venire proprio dalla colture tradizionali: ad esempio, «le antiche varietà frutticole potrebbero salvare il settore agricolo dalla siccità. Esistono delle specie di frutti che ben tollerano la mancanza d’acqua, in quanto non ne hanno bisogno in grande quantità. Per lo più si tratta di tipologie poco conosciute e la cui coltivazione si è persa negli anni» (Nadia Muratore, IL GIORNALE DEL PIEMONTE 17/8/03).

Ma "il caso OGM" esiste anche nei paesi altamente industrializzati, in cui il problema dovrebbe essere risolto in altri modi: attraverso le cosiddette coltivazioni biologiche, ad esempio, che rispettano i cicli delle colture e della rotazione naturale, senza far uso di antiparassitari di sintesi e di concimi chimici. Nel luglio 2003 sono stati scoperti in Piemonte 381 ettari di campi coltivati a mais geneticamente modificato, fuorilegge in Europa. Francesco Sala, uno dei maggiori esperti europei di biotecnologie applicate all’agricoltura, risponde alla domanda di Piero Bianucci (LA STAMPA, 13/07/2003): «Si dice che piante modificate geneticamente distruggono la biodiversità…» «Prendiamo il caso del mais. Un mais transgenico potrebbe impollinare un mais selvatico, che invece vorremmo salvaguardare come riserva di biodiversità… questa riserva si trova in Messico…» «Oggi ci dicono che le sementi transgeniche non provocano danni. Che prove si hanno a tale proposito? Cinque o sei anni di pratica della semina di mais transgenico nel mondo non dimostrano che esso non provocherà danni. Noi sì che abbiamo le prove: 10.000 anni di pratica lo dimostrano» Aldo Gonzales, zapoteco, de la Unión de Organizaciones de la Sierra Juárez di Oaxaca, Messico. «…una cosa è certa: le piante geneticamente modificate contaminano le altre. E questo è un pericolo immenso per la nostra agricoltura di qualità, le nostre varietà vegetali, i nostri prodotti tradizionali. In questo modo perdiamo ogni possibilità di scelta» (Carlo Petrini, Slowfood, su LA STAMPA , 4/07/2003). Se non c'è prova certa della pericolosità degli Ogm per la salute umana, è altrettanto vero che a tutt'oggi è impossibile dimostrarne l'innocuità (questa la conclusione del "botta e risposta" del virologo Gian Paolo Accotto e del genetista Lorenzo Silengo con l'agroecologo Giuseppe Altieri su LA STAMPA, 11/07/2003).

Si stima che in 10.000 anni di agricoltura sono state utilizzate sette o ottomila specie diverse, mentre oggigiorno se ne coltivano solo centocinquanta e non più di quattro – frumento, mais, riso, patata – rappresentano più del 50%. La diversità biologica agricola e le sue risorse genetiche offrono la materia prima di cui sia le comunità rurali sia quelle scientifiche si servono per migliorare la produttività e la qualità dei prodotti agricoli. La selezione realizzata da migliaia di generazioni di semplici contadini mette a disposizione della moderna biotecnologia gli strumenti per far fronte a condizioni ambientali mutanti e a necessità umane imprevedibili. Sono questi contadini che continuano a tenere le chiavi del futuro alimentare dell’umanità. E la diversità genetica non è distribuita a caso nel mondo, ma è localizzata principalmente in zone subtropicali e tropicali che coincidono in molti casi con paesi in via di sviluppo: America Centrale e Meridionale, Vicino Oriente e Asia Centrale, Etiopia e India ... Spiega José Esquina-Alcázar, segretario della Commissione sulle Risorse Genetiche per l’Alimentazione e l’Agricoltura della FAO: «Nel 1983, mentre stavamo raccogliendo “quinua” (una delle coltivazioni più importante dell’agricoltura tradizionale andina) in Bolivia, abbiamo trovato nella fattoria di un agricoltore, in una zona dove predomina la “quinua” gialla, un tipo di “quinua” nera, le cui piante avevano un aspetto malaticcio e la cui produttività sembrava molto bassa. Segnalammo all’agricoltore che quelle piante erano malate e forse per questo producevano poche spighe e nere. Lui ci rispose di no, che “questa varietà era così”. Sebbene non fossimo molto convinti, la stessa scena si ripeté nei campi di altri agricoltori vicini, L’ultimo ci confermò che quella varietà rendeva molto poco. E quando gli domandammo perché la coltivava, rispose che era molto buona per curare la tubercolosi. Non demmo molto credito a questa spiegazione, ma comunque raccogliemmo alcuni campioni che furono mandati con altri a dei laboratori per venire analizzati. Quando qualche mese dopo ottenemmo i risultati delle analisi, venimmo a sapere che quella “quinua” nera, che sospettavamo malata, aveva un contenuto in proteine e soprattutto in aminoacidi essenziali molto superiore alle altre “quinua” coltivate nella zona. In un'altra occasione, un giorno del 1970, nella Spagna rurale, un vecchio agricoltore che camminava accanto al suo asino si imbatté in un giovane studente che raccoglieva semi di melone. Il vecchio chiese al giovane studente cosa stesse facendo, e il ragazzo gli spiegò che voleva catalogare i meloni autoctoni della Spagna prima che sparissero. “Vieni a vedere i miei meloni, - disse l’agricoltore. - Non si ammalano mai”. Lo studente accompagnò il vecchio alla sua fattoria. L’agricoltore gli diede alcuni semi, che il giovane analizzò in laboratorio. Le sementi contenevano un gene resistente a un fungo del melone, che in seguito venne trasferito su altri meloni, con notevole vantaggio degli agricoltori di tutto il mondo. Ero io quel giovane studente, ma non so chi fosse il vecchio. Sono questi semplici contadini…gli autentici custodi della maggior parte della diversità biologica. Nessuno li ringrazia, ma loro sono i possessori della saggezza del produrre e conservano…le loro tradizioni per le generazioni future…» «La biodiversità, un valore che dobbiamo premiare, – afferma Carlo Petrini su TuttoLIBRItempoLibero del 23/8/03. – Villaggi… comunità che dispongono di poco e cittadine di campagna … situazioni che appaiono drammatiche… di fronte alle difficoltà si reagisce con quel poco che si ha e ci si aggrappa senza disperarsi alle proprie radici …»


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