Gianna Baltaro: le sue storie ambientate negli anni Trenta
CORRIERE Dintorni
del 04-05-2003
di Chiara Armando
Giornalista, alle spalle una pluriennale esperienza di cronaca, Gianna Baltaro ha utilizzato quanto appreso dal lavoro di quegli anni per evocare le atmosfere che fanno da corona a un’indagine. «Essere una cronista di “nera”mi è servito molto per studiare la gente e conoscerne la sofferenza. Capire come reagisce chi vive una situazione di tensione, come ragiona chi deve trovare una via di fuga immediata, come si muove chi deve cercare una soluzione a un quesito, mi ha permesso di creare dal nulla i miei personaggi, che sono pura opera di fantasia». E decide di far muovere il suo eroe, il commissario Andrea Martini, gentiluomo piemontese doc, in quegli anni di passaggio tra una guerra e l’altra, questa novella Agatha Christie (anche se «è con Simenon e il suo Maigret che trovo più affinità, piuttosto che con l’impeccabile Poirot»). Come mai la scelta di andare a ritroso nel tempo? «Perché trovo la cronaca contemporanea quasi volgare, esageratamente tesa a descrivere in termini morbosi il fatto di sangue. Inoltre spesso i delitti sono compiuti per ottusa violenza, per stupidità o per rabbia». Vuole descrivere fatti sì crudi, la Baltaro, ma che dietro celano un disegno tracciato con freddezza da una mente che non ha trovato altra via di scampo se non l’omicidio per ottenere i suoi scopi. Sceglie quindi un periodo sobrio e misurato, «dai gusti semplici – dice – in cui la tecnologia non poteva ancora sopperire all’ingegno umano. Il mio commissario … deve fare tutto lui con le sue gambe e la sua testa». Ecco quindi che, appena se ne presenta l’occasione, la Baltaro ne approfitta per descrivere i costumi dell’epoca in qualche angolo di Torino e dintorni. Il tutto grazie a un dettagliato lavoro di ricerca, spesso aiutato dai propri ricordi… «Ero solo una bambina allora, ma ho ben presenti alcune realtà ormai scomparse: il cavallo che traina il carretto del ghiaccio, la gente che accorre per comprarne, il carbone venduto per strada…» Ma sul commissario sorge un problema di forma: come conciliare lo spirito libero e anticonformista di Andrea Martini con la crescente autorità di regime che proprio in quegli anni andava via via imponendosi? «Ho ideato una scappatoia: il commissario riceve in eredità una tenuta in campagna e abbandona il lavoro di poliziotto per dedicarsi alle sue terre. Le sue indagini si svolgono quasi come un hobby: lui aiuta la polizia torinese ma non ne fa più parte e non deve quindi adeguarsi ai formalismi che il fascismo imponeva a un’autorità». Il titolo di “commissario” resta appiccicato al personaggio come puro titolo onorifico… Una curiosità: «C’era un personaggio che mi piaceva moltissimo, il commissario Piperno. Un giorno un lettore mi ha fatto notare che “Piperno” è un cognome ebreo. Ho dovuto farlo emigrare di corsa in Svizzera!»
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