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"La mia Torino nera è un libro per le vacanze"

Gianna Baltaro, scrittrice e giornalista, rievoca gialli e delitti

LA REPUBBLICA

del 07-08-2004
di Tiziana Catenazzo

«D’estate lavoravo. Restavo a Torino perché la vita da giornalista mi è sempre piaciuta tantissimo, anche ad agosto». Dopo una lunga esperienza da cronista, Gianna Baltaro, 78 anni, scrive da vent’anni romanzi gialli che ambienta nella Torino degli anni Trenta. Vive in una stanza che si affaccia su corso Siccardi che pare costruita su misura per lei. Ci sono un divano dove fa accomodare gli amici, un tavolino, due piccole librerie, un’austera sedia in velluto rosso e una Lettera 22 sulla scrivania; da l corso, i rumori della città e un intenso profumo di tigli.

Com’era l’estate in città?

«Ho cominciato a scrivere alla Gazzetta del Popolo e poi in numerosi altri giornali. All’Unità mi occupavo di nera. I miei colleghi erano persone in gamba…e quando faceva troppo caldo c’era sempre qualcuno che scendeva a comprare un’anguria».

E quando invece non succedeva nulla?

«Facevamo i “pronti”: ci attaccavamo al telefono e chiamavamo la questura, i carabinieri, gli ospedali…Ma io preferivo andare in giro, mi occupavo un po’ di tutto. E mi succedeva di tutto».

Ad esempio?

«Alla Gazzetta ero diventata un’esperta di ristoranti…il mio commissario Martini è un assiduo frequentatore di piole e bocciofile…“Gli imbianchini”, i “Goffi” di corso Casale, ma anche “Gli specchi” di via Pietro Micca, dove andavano i Savoia. All’Unità una volta mi dissero: “Vai alle Nuove. Sembra ci sia del movimento”, e capitai nel bel mezzo di una rivolta, tra detenuti e gas lacrimogeni…Io facevo la reporter, arrivavo in redazione e riferivo le notizie, gli “estensori” le scrivevano».

E il servizio estivo più divertente?

«Rintracciai un borseggiatore famoso: mi diede appuntamento in una piola di Vanchiglia. Io volevo sapere di cosa vivono, i ladri, quando smettono di lavorare. Ci sedemmo a tavola e lui ordinò un mezzo litro di vino nero, nerissimo, con una voce forte, scura e decisa… gente della malavita ne ho conosciuta parecchia».

E il fatto di cronaca che più l’ha colpita?

«Il caso Ballerini-Pan…»

Tutto questo le sarà servito, per i suoi gialli.

«Mi è servito a conoscere la gente, a capire che le cose peggiori succedono nell’ambito familiare… parlando con le persone rimangono aspetti, espressioni che ti aiutano a capire cosa si nasconde dietro tante versioni ufficiali…»

E neppure ora, da scrittrice, va in vacanza?

«…Preferisco rimanere qui a scrivere…»

E da giovane neppure ci andava?

«C’era la guerra, eravamo sfollati a La Loggia. D’estate l’unico piacere era, al crepuscolo, andare a chiacchierare ai Conti Rossi, lungo il viale di pioppi. Ci si arrangiava su tutto…»

Come mai non ha nessuna foto in casa?

«Non mi piace ricordare. Non mi piace il passato. Della mia vita trattengo solo gli anni vissuti con mio marito, e gli inverni grigi e piovosi, e le estati assolate e deserte, vissute da giornalista».


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