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Perché siamo noi la guerra...


Recensione

del 18-11-2005
di Massimo Rondi

Ho parlato più volte di questo bel libro di Gianpietro Scalia (La Strega e il Condottiero), opera seconda dopo La Piazza Viaggiante dei Sogni e delle Illusioni, questa volta, dopo averlo riletto, mi piacerebbe parlarne come di un testo contro la guerra. Infatti, La Strega e il Condottiero - non lasciatevi ingannare dalle dimensioni ridotte - è un’opera profonda, talmente carica di significati che ad ogni lettura si può fare un’esegesi diversa. La forza dell'opposizione alla guerra risiede secondo me nel fascino, anzi nella fascinazione messa in atto dall’autore nel suo narrare. Ma non aspettatevi una blanda lusinga, si tratta di un incantesimo potente che prende e non lascia più andare. La storia? Quella di un Generale, un condottiero, che ha conquistato popoli, attraversato montagne, innalzato templi e elevato la gloria di regnanti e sacerdoti, in cerca di una impossibile immortalità. Senza mai essere felice. Finché una donna, non una regina o una favorita, bensì una semplice donna, anzi, una strega, non sconvolge la sua immensa infelicità: l'improbabile grandezza era diventata un granello di vita sperperata, la stessa vita che la Strega amava tanto e che d'improvviso era diventata preziosa anche al Condottiero, armato per la guerra. Un’altra chiave di lettura, forse più superficiale, introduce al fantasy, arrivando solo alla fine, come alla soluzione di un enigma, a rivelare il paese e l’epoca storica. Ma Scalia è imparentato più con i poeti tragici che con il genere fantastico. C'è qualcosa in Scalia che fa ricordare Shakespeare: "Non pensavo che il vecchio avesse tanto sangue" come esclama Lady Macbeth. E quanto sangue ha l'uomo, quanta vita e quanta paura, quanta crudeltà e quanta sofferenza? Siamo noi la guerra, ma alla fine, anche chiuso in gabbia, ciò che vive per tutta una vita, si libera e ci libera non è l'amore? Perché non c'è mai ordine dentro la guerra, solo disperazione e dolore. Così, coscienti che qualsiasi vita - con la guerra o senza la guerra - è destinata comunque a finire, mentre nessuna guerra finché ci sarà vita finirà mai, possiamo cercare la soluzione del mistero di questa antinomia che è l’uomo. E vivendo il paradosso che siamo, condannare la guerra, alleviare il dolore, preservare la vita. “Finché c’è guerra c’è speranza” era il titolo d’un film d’accusa, alla maniera di Alberto Sordi, commerciante d’armi: per altre, lontanissime vie, in una prospettiva capovolta, il libro ci dice che sì, finché c’è guerra c’è speranza, perché tragicamente finché c’è guerra c’è vita. Dopo la rivoluzione neolitica, quella industriale e quella informatica, è forse lecito aspettarsi una rivoluzione che riguardi l’uomo, un cambiamento profondo nella sua natura: perché siamo noi la pace… I cambiamenti epocali avvengono ogni mille e più anni, però, con la nostra attuale capacità distruttiva, chissà se avremo ancora mille anni a disposizione.


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