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Recuperare e trasmettere alle nuove generazioni il ricordo di un mondo ormai perduto...


Autori di TALENTO

del 08-01-2005
di Roberto Tassinari

"La siepe di biancospino”, opera prima di Mariuccia Ravera, è un racconto scorrevole dalla cui lettura si evince la notevole capacità espositiva dell'autrice, la quale illustra con chiarezza e precisione la vicenda evitando di lasciarsi travolgere dall'emozione nonostante le immagini evocate appartengano al proprio vissuto. Questo racconto si inserisce all'interno di un filone narrativo volto a recuperare e trasmettere alle nuove generazioni il ricordo di un mondo ormai perduto, eppure ancora così vicino, cronologicamente, ai nostri frenetici giorni. Libri come questo della Ravera, ma pensiamo anche ad altre opere recenti quali “La grande famiglia" del veneto-valsusino Gigetto Follis oppure "La maestrina e le foglie sparse" di Elisa Orzes Grillone, sono ammantati di una valenza evocativa che travalica le singole vicende, nel caso della Ravera quella della protagonista Alessandra, facendo rivivere i riti e i miti della civiltà contadina, quei riti e quei miti che hanno ritmato per secoli nel bene e nel male il modo di vivere delle genti di campagna e che sono stati letteralmente distrutti e spazzati via da questi ultimi 40 anni. Il grande merito di racconti quali "La siepe di biancospino” consiste nel ricordarci che la nostra società fredda, tecnologica e caotica ha certamente introdotto numerose migliorie nella vita di ognuno di noi, ma che al tempo stesso sull'altare del progresso l'umanità ha sacrificato molto, ripudiando in blocco la secolare esperienza trasmessa dagli avi e gettando alle ortiche, insieme a superstizioni e credenze frutto d’ignoranza anche quanto di buono in quel modo di vivere esisteva. A tratti assume quasi toni della favola, il racconto di Mariuccia Ravera, anche in virtù dello scenario naturale nel quale la protagonista viene al mondo. Alessandra è contemporaneamente Cappuccetto Rosso (ma non vi sono lupi dietro la siepe di biancospino, se si eccettua il periodo bellico con i rastrellamenti e le esecuzioni sommarie operate dai nazifascisti), Heidi, Cenerentola (che non perde le scarpine, se le toglie per non bagnarle e cammina scalza nella neve) e anche un po' Alice, con la variante della casa-nido di Agnese in luogo del castello della Regina. Si deve tuttavia precisare che questo racconto non indulge alla retorica e non si ammanta quasi mai di un'aura patetica. L'autrice elenca con concretezza anche le difficoltà alle quali la bambina-ragazza-donna Alessandra sarà costretta a fare fronte, sempre con risolutezza e senza perdersi d'animo. La struttura narrativa evidenzia una chiara linea di confine tra i personaggi femminili (quasi sempre ricchi di positività) e quelli maschili i quali al contrario in numerose occasioni agiscono in modo palesemente negativo frustrando i sogni e le ambizioni della giovane. Un chiaro esempio di tale contrapposizione viene dalla stessa famiglia di Alessandra. La madre è una donna forte e coraggiosa, capace di difendere con fierezza la propria scelta religiosa (è Valdese) e di non cedere di fronte all'ostilità della comunità e, tra le mura domestiche, a quella del marito: “La scelta di Margherita non era stata indolore. Tutti la disapprovavano, tanto che era costretta a leggere la Bibbia di nascosto e a non lasciarla in giro, perché il marito minacciava di bruciargliela ". Quando la maestra Cagnani, resasi conto delle notevoli potenzialità della bambina si reca a casa di Alessandra per consigliare ai genitori di farle proseguire gli studi, deve vedersela non tanto con il padre quanto con il fratello Matteo, che ogni tanto impedisce ad Alessandra di seguire le lezioni e la spedisce ai campi: " ... Matteo era stato irremovibile: aveva bisogno che la sorella andasse davanti ai buoi per tagliare l'erba ". Estremamente positiva è la figura di Agnese, la cara amica che vive nel Ciabot e incarna la saggezza tipica delle donne contadine, mentre un'altra figura maschile di un certo rilievo è quella dei prete, retrogrado e alfiere di quella religiosità bigotta che, inculcata per secoli sfruttando l'ignoranza delle masse, è stata in buona parte spazzata via negli anni '60 dal vento dei Concilio voluto da Papa Giovanni. La trama de "La siepe dì biancospino" è semplice ma non banale. Alessandra aiuta i fratelli e studia, si fa chilometri a piedi per prendere la corriera, la sua è una infanzia povera ma dìgnìtosa come lo èstata quella dei nostri nonni e ìn parte dei nostri genitori, uomini e donne, ragazzi e ragazze di un'Italia uscita a pezzi dalla guerra. Una generazione che aveva di fronte l'immane compito di ricominciare, di ricostruire tutto, che poteva solamente rimboccarsi le maniche e asciugarsi le lacrime per quanto la guerra le aveva strappato tanto nel campo affettivo quanto in quello economico, ma che aveva il cuore colmo di speranza ed era unita da un forte, fortissimo spirito dì solidarietà. Nei campi ci si aiutava a vicenda, se scoppiava un incendio tutti eran pronti ad accorrere con i secchi e nel momento del bisogno le rivalità svanivano come d'incanto e la comunità sapeva ricompattarsi animata da uno spirito che è francamente difficile riscontrare nella società odierna. Un'ultima prerogativa di questo racconto è quella di riuscire ad operare nell'animo del lettore un strano fenomeno in virtù dei quale il fruitore del testo tende a commuoversi o comunque a sentirsi emotivamente coinvolto di fronte a passi e descrizioni che l'autrice riesce viceversa ad esporre quasi con distacco, diremmo giornalisticamente, mantenendosi su canoni meramente descrittivi, come quando Mariuccia Ravera richiama modi, oggetti e momenti di vita domestica e la mente e il cuore dei lettore sono travolti dal ricordo delle stesse vicende, degli stessi oggetti, degli stessi modi d'agire o di dire raccontati dai propri cari. La gioia provata nel ricevere in dono un vestito, l'acqua resa frizzante con le bustine perché non ci sono ì soldi per il vino, lo stagnino che viaggia di villaggio in villaggio e, nel rispetto della miglior tradizione contadina (non solamente nostrana, se pensiamo alla letteratura d'oltreoceano e segnatamente allo zio Marcos de “La casa degli spiriti” di Isabel Allende) il parente che gira il mondo e ogni tanto ritorna e te lo trovi dietro la porta di casa con le sue valigie. Poco importa che, alla fine dei racconto, Alessandra-Cenerentola sposi Federico-Principe Azzurro, il veterinario conosciuto in occasione del parto della mucca Venezia, tradendo parzialmente lo spirito autobiografico che aveva permeato l'intera vicenda. In fin dei conti una favola può ben reggere senza lupi e orchi, ma rinunciare al Principe Azzurro avrebbe significato rinunciare a sognare, e questo a una scrittrice ... nessuno ha il diritto di chiederlo.


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