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Dopo questa esperienza, non sono mai più riuscito a vedere Torino con gli stessi occhi di prima...


Testimonianza dell'autore

del 21-06-2006
di Yves Clementi

Ho scritto il divertissement "Redazioni pericolose" per disintossicarmi dall’esperienza del mio precedente romanzo, incentrato sulle sette sataniche torinesi. La Torino folle e surreale di "Redazioni pericolose" risulta molto lontana da quella, purtroppo autentica, de "Il cuore di Andrea": l’una sta all’altra come un fumetto di Paperino sta a una storia di Stephen King.

"Il cuore di Andrea" (originariamente "La porta dell’inferno") si è scritto praticamente da solo negli anni ’90 sulla scia di una insolita esperienza. Nel periodo in cui facevo lo sceneggiatore, Mediaset aveva manifestato un certo interesse per il progetto di una serie televisiva a puntate incentrata sul "Maligno", argomento ce ciclicamente torna di moda. Poi, come accade in quell’ambiente nove volte su dieci, l’interesse svanì, la cosa finì nel dimenticatoio e mi ritrovai con moltissimo materiale inutilizzato. Per non sprecarlo, pensai di ricavarne un romanzo.

Quasi tutti i personaggi della storia sono autentici, ed è senza dubbio uno dei motivi per cui "Il cuore di Andrea" ha avuto scarsissima fortuna, uscendo tra l’altro con diversi mesi di ritardo sulla data prevista a causa della epidemia di defezioni da parte di giornalisti e "uomini di cultura" che avevano promesso al mio Editore di scrivere la prefazione.

Stranamente, dopo aver letto il romanzo, tutti diventavano irreperibili (classico esempio di coda di paglia che dimostra come, a Torino, anche se si spara alla cieca, si colpisce sempre qualcuno: tutti si erano riconosciuti, o avevano creduto di riconoscersi, in questo o quell’altro personaggio). Tanto che, alla fine, dalla disperazione il mio editore finì per scrivere lui stesso la prefazione. La conoscenza diretta dei personaggi (bancari, architetti, antiquari, impiegati, tutti all’apparenza irreprensibili), ai quali arrivai grazie alle raccomandazioni degli "amici degli amici degli amici", rappresentò la parte più spiacevole della raccolta del materiale. Avevo sempre considerato Torino nell’ottica della classica, tranquilla vecchia signora fuori moda e fu un trauma scoprire che bastava grattare appena quella superficie per far venire alla luce una realtà sconcertante. Si trattava di personaggi incredibili, dalla doppia vita, molti dei quali dedicavano tutto il loro tempo libero e tutte le loro energie mentali agli aspetti più oscuri dell’esoterismo. A differenza di coloro che si possono definire "i satanisti del sabato sera" (quelli che si accostano alla magia nera unicamente per provare qualcosa di diverso e trasgressivo, e lo fanno nella stessa ottica di chi va in discoteca o nei locali per single) questi sono personaggi realmente inquietanti, in quanto sono disposti a fare veramente "di tutto" per acquisire benefici materiali quali potere, successo, denaro. Dopo averli incontrati, mi sentii per diverso tempo "intossicato": è l’unico termine che possa rendere l’idea.

La riprova che la realtà supera la fantasia può essere fornita dal personaggio di Andrea, la ragazza, di cui si invaghisce il protagonista. Andrea è l’unico personaggio di fantasia del romanzo. Nonostante ciò, dopo la pubblicazione fui avvicinato da diversi conoscenti che mi chiesero se Andrea fosse quella che a Torino chiamavano "la madonna nera": una impiegata di banca con le stesse caratteristiche fisiche e le stesse inclinazioni esoteriche del mio personaggio.

L’episodio che comunque mi colpì maggiormente e mi indusse a prendere in seria considerazione il vecchio detto "Non chiamare il diavolo, perché è già dietro la porta", fu un altro. La catena di omicidi rituali descritta nella storia voleva essere un semplice espediente narrativo, ma pochi mesi dopo la pubblicazione ebbi una sgradevolissima sorpresa: da un notiziario radio, appresi di come il cadavere carbonizzato di una donna sconosciuta fosse stato ritrovato in un luogo isolato della cintura torinese, in concomitanza di una delle due date "magiche" del romanzo. Già mentre raccoglievo il materiale per la serie televisiva avevo appreso di come Torino sia la città d’Italia (se non d’Europa) con il più alto tasso di sparizioni misteriose di persone ogni anno, e le congetture del modo in cui molte di queste persone svaniscono nel nulla possono essere sufficienti a togliere il sonno.

Dopo questa esperienza, non sono mai più riuscito a vedere Torino con gli stessi occhi di prima, ed è stato uno dei motivi che hanno contribuito, appena mi è stato possibile, a farmi trasferire in un’altra città.

Tuttavia, per concludere con una nota meno cupa e tornare all'argomento iniziale, "Redazioni pericolose" combina il giallo metropolitano alla Ed Mc Bain con un’ambientazione torinese fatta di momenti realmente vissuti, nelle vie del centro storico o sul Po, ai Murazzi. Anche la "redazione" è popolata di tipi non troppo immaginari, nei quali si potrebbero riconoscere personaggi della casa editrice per cui scrivo... Il gusto per la parodia è percepibile fin dal titolo, che fa il verso al celeberrimo "Relazioni pericolose", e dal sottotitolo: Qualcuno sta uccidendo i più scalcinati giornalisti del mondo, anziché Qualcuno sta uccidendo i più grandi cuochi d'Europa.


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