Use or loose it, usate il cervello se non volete perderlo
DA Tuttoscienze
del 07-12-2006
di Professor Ezio Giacobini
«L’attività fisica e quella mentale, unite ad una vita socialmente attiva, costituiscono ...un cocktail a tre, il più efficace di qualsiasi trattamento farmacologico... L’attività mentale, in particolare, aumenterebbe “la riserva cognitiva” del cervello, che aumenterebbe a sua volta l’abilità di compensare le perdite dovute a una malattia come l’Alzheimer. Anche per il cervello, quindi, varrebbe il principio “use or loose it”, usatelo se non volete perderlo...» (professor Ezio Giacobini, Università di Ginevra)
Tempi crudeli. Cresce, almeno nel nostro mondo, la speranza di vita, oltre 100 anni per le donne e oltre 90 per gli uomini, e perciò - leggiamo - aumenta il rischio di sviluppare forme di demenza senile come l’Alzheimer.
Soluzioni? Le suggerisce, come abbiamo letto, il professor Ezio Giacobini, dell'Università di Ginevra, su Tuttoscienze del 12/07/2006.
Il professor Giacobini suggerisce anche «un’attività lavorativa che soddisfi i criteri di stimolo ed eser-cizio, sia fisico che mentale, e che al tempo stesso ci coinvolga e ci motivi a ritardare il più lungo possibile il “pensionamento”».
Ciò implica però problemi sul mercato dell’occupazione, o almeno la volontà di una distribuzio-ne del lavoro che non escluda i giovani, destinati a un precariato a vita.
In altri, più accessibili, modi si può usare la cultura come terapia: «Perché non curarsi con la cultura?» propone da molti anni il geriatra professor Giovanni Bigatello.
Infatti il cervello umano ha la formidabile capacità di compensare con nuovi circuiti cerebrali e ramificazioni dendritiche le funzioni e i ruoli delle cellule nervose morte senza riprodursi. Rita Levi Montalcini ha spiegato assai chiaramente come le cellule che permangono possano andare incontro a un aumento delle ramificazioni dendritiche e al potenziamento sinaptico dei circuiti cerebrali. E nuove ramificazioni dendritiche sono state osservate, ad esempio, nel cervello delle persone anziane che riprendono a leggere, anche in presenza di lesioni a carico del sistema ner-voso centrale o di patologie a carattere neuropsicologico. Mentre l’impoverimento afferenziale produce «depauperamento delle integrazioni cerebrali e riduzione delle spine dendritiche» (pro-fessor Maurizio Bellucci Sessa).
Leggere non è un ripiego, non è riduzione del danno, bensì accrescimento del beneficio: «la let-tura è per la mente ciò che l’esercizio è per il corpo», ha scritto Joseph Addison, e Torino Capi-tale del Libro ce lo ricorda. Alla fine è colui che legge che non invecchia, poiché il cervello umano è elastico e può essere allenato facilmente e da tutti.
Come ho già avuto modo di scrivere, esistono buoni motivi per leggere, e ottimi motivi per pub-blicare libri leggibili: le case editrici “storiche”, che in Italia editano da anni libri a grandi carat-teri, per anziani, ipovedenti o dislessici, si contano sulle dita di una sola mano (Marco Valerio, Elena Morea, Punto di Fuga, Comune di Venezia, Edizioni Angolo Manzoni CORPO 16). Se oggi anche altri editori si accorgono delle difficoltà dei lettori, evviva! Vuol dire che finalmente qualcosa della nostra filosofia della leggibilità è passato. Perché fare libri a grandi caratteri non è semplicemente questione di ingrandire i corpi tipografici, si tratta di un progetto più ampio, di un’attenzione, di “una architettura della pagina, tra formato e segno grafico…” rilevò Nico Orengo a proposito della collana CORPO 16.
Use or loose it, usate il cervello (e gli occhi) se non volete perderli.
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