La resistenza dei contadini
Chi salverà il mondo?
Azione nonviolenta
del 11-01-2006
di Sergio Albesano
Un articolo che pare il commento alle foto di Pablo Balbontín:
Forse aveva ragione Trotzkij: nel nostro mondo a portare avanti la rivoluzione, almeno quella culturale, sono i contadini e non gli operai... Il mondo contadino sente i problemi della distribuzione per tutti del cibo e della sua produzione con metodi naturali e si dimostra capace di utilizzare le nuove strumentazioni, prime fra tutte Internet, per distribuire conoscenze e informazioni. Il tutto al di fuori di strutture ideologiche, politiche e di partito... i contadini del mondo viaggiano, si incontrano e fanno del dialogo la loro forza primaria...il contadino indiano prende l’aereo e viene in Italia per partecipare alla manifestazione Terra madre...Abbiamo dubbi su quanto afferma Ignacio Ramonet, direttore di Le monde diplomatique, quando dice che chi “resiste in tutto il mondo alla globalizzazione sono soltanto i contadini”. Ci auguriamo invece che la loro non sia una contrapposizione tout court alla globalizzazione e che al contrario siano consci anche dei vantaggi che porta con sé, perché senza di essa il contadino indiano di prima non verrebbe a Torino per parlare delle sue coltivazioni ma resterebbe nel suo ignoto villaggio dell’India rurale. Ci sembra invece che i contadini si oppongano, giustamente, agli effetti perversi della globalizzazione... i grandi incontri internazionali ... sono pieni di contadini che provengono da tutto il mondo e che contestano le scelte della World Trade Organization. La resistenza nei riguardi di una cultura dominante che si disinteressa del fatto che stiamo distruggendo il nostro mondo, l’unico che abbiamo a disposizione, è condotta dai contadini. Sono loro che si preoccupano della perdita della biodiversità, dell’esaurimento delle falde acquifere, della distruzione degli ecosistemi, dei problemi ambientali. I leader più importanti vengono tutti dal mondo contadino: Vandana Shiva e José Bové per citare solo i due più noti. I contadini si muovono su questi fronti forse perché sono i primi a sentirne le conseguenze, ma comunque portano all’attenzione del mondo problemi che sono ineludibili. In fondo anche loro difendono il posto di lavoro, ma i problemi che nascono nel mondo contadino riguardano tutti e non solo coloro che si occupano di problemi agricoli. Ad esempio la produzione del cotone si è concentrata nelle mani di industrie sovvenzionate e ciò ha portato all’abbandono delle coltivazioni, condotte con metodi produttivi tradizionali, da parte di milioni di africani, che sono emigrati in Europa o negli Stati Uniti o che sono finiti nelle bidonville delle grandi città africane come Lagos...
Esistono ancora i contadini?
In occidente c’è il sentimento diffuso che i contadini siano in via di estinzione. Si potrebbe quasi ipotizzare una contrapposizione nord-sud: al nord gli operai disinteressati e al sud i contadini impegnati. In parte è vero e in parte no.
Anche nei nostri paesi industrializzati esistono ancora contadini che si impegnano nel portare avanti lotte e istanze per preservare l’ambiente. Nelle nostre campagne esiste l’Associazione Solidarietà Campagna Italiana (A.S.C.I.), formata da piccoli produttori agricoli. Essi lottano contro legacci burocratici e impedimenti legali che impediscono di produrre e di vendere legalmente il frutto del proprio lavoro. ...Al tempo stesso è vero che dalle nostre parti il contadino inteso in senso tradizionale è scomparso o è in via di sparizione. Al suo posto ci sono imprenditori che, se si interessano ai problemi dell’ecosistema, lo fanno poiché non possono esimersi dal lavorare la terra e perché il loro lavoro è inevitabilmente legato al discorso ambientale.
Oggi i contadini vengono visti come una specie di avanzo di tradizioni che si vanno perdendo e si vorrebbe addirittura fare a meno di loro, affidando le produzioni agricole alle multinazionali del settore. Si è così ipotizzato di poter fare a meno dei contadini, privandosi di conseguenza di un sistema agricolo e sovvenzionando i pochi agricoltori rimasti per mantenere il paesaggio e non per produrre cibo, visto che questo si può comprare più convenientemente nel sud del mondo. Contemporaneamente le multinazionali vogliono la clonazione, gli organismi geneticamente modificati e sognano di produrre la carne senza nessun animale e di fare un’agricoltura senza suolo, in laboratorio. Non preoccupandosi del fatto che la sparizione del suolo significherebbe la perdita anche della relativa cultura. La cultura di un paese sparisce infatti se sparisce la sua terra: alberi, biodiversità, identità alimentare, tradizioni, canti, superstizioni, feste, rapporto con la natura. Esiste infatti una relazione stretta fra coltura e cultura...
Ma tutto questo ha a che fare con la nonviolenza? Certo, perché, se oggi combattiamo, come nel recente passato, guerre per il petrolio, i prossimi conflitti saranno per l’acqua. Inoltre i brevetti sui prodotti agricoli geneticamente modificati causano una dipendenza dei contadini dai detentori di tali brevetti: mentre una volta una parte del raccolto serviva come semente per l’anno futuro, con gli OGM, i cui semi sono sterili, i contadini dovranno di anno in anno andare a comprare le sementi dalle multinazionali del settore, che, trovandosi in regime di monopolio, potranno applicare prezzi non di mercato, con il rischio di ulteriori indebitamenti da parte degli agricoltori poveri. Infine la monopolizzazione del settore agricolo da parte delle multinazionali crea una società sempre più militarizzata, con sorveglianti armati e reticolati che proteggono le colture brevettate.
In conclusione ci auguriamo che cresca la consapevolezza che si possono pagare alcuni prodotti agricoli un po’ di più se si è sicuri che quei soldi aiuteranno veramente i produttori locali che ne hanno bisogno, legando così insieme due concetti importanti, quelli della solidarietà e del benessere alimentare, creando un’alleanza fra il mondo urbano e quello rurale, fra gli operai e i contadini, consapevoli che quelli dell’alimentazione e dell’inquinamento sono problemi di tutti. E soprattutto ci auguriamo che tutti si impegnino di più affinché ognuno possa avere accesso al cibo sano a un prezzo equo.
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