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Intervistato: Marzio Bertotti


www.audiodrome.it

del 12-01-2006
di Marco Garripoli

Marzio Bertotti, meglio conosciuto come Mungo, è stato una colonna portante della scena hardcore torinese degli anni '80. Chitarrista dei mitici (e indimenticabili) Declino, ovvero una tra le più interessanti e originali band del nostro paese, dopo lo scioglimento della band ha viaggiato senza sosta, vivendo negli States, in Olanda e in Africa. Dopo diversi anni, Rudy, cantante degli Indigesti, gli propose di ritornare a suonare registrando così un nuovo album (In Disparte) come Indigesti. Il risultato fu eccezionale, anche se Mungo non prendeva da tempo uno strumento in mano. Altro centro è stato anche il suo esordio come scrittore, con il primo romanzo In Un Unico Buio (Angolo Manzoni Editore). Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Mungo per saperne di più sulle sue innumerevoli attività.

A vent'anni di distanza dal Declino, se potessi avere una bacchetta magica cosa cambieresti facendolo tornare come ai vecchi tempi?

Mungo: Beh, per prima cosa mi farei crescere i capelli che li ho persi mannaggia... a parte gli scherzi vent’anni non sono pochi e di cose fatte, viste e sentite ce ne sono una cifra! Mica si può passare un colpo di spugna su tutto e far tornare i "bei tempi" (che poi detto così mi suona patetico come i canti di montagna dei cori degli alpini)! Del Declino di allora mi manca, o forse dovrei dire, della scena di allora mi manca proprio la scena! Non si possono staccare con le pinzette i gruppi dal contesto generale e farne delle icone appiccicate lì sul desktop, senza capire che quel suono, quelle band, quelle esperienze erano comuni e condivise da tutti coloro che facevano parte della scena, che erano la scena. Certo c’era chi materialmente suonava (noi e mille altri) ma è importante capire che non si era solo un tot di gruppi musicali in competizione tra loro di fronte a delle platee di fan, che so, come la tifoseria di una squadra di calcio: era un vero "movimento" (scusami il termine poco elegante) che produceva azioni concrete di autogestione (occupazioni di spazi e manifestazioni politiche), produceva "cultura": musica (o rumore, fai te), film, grafica, fanzine ecc… In questo "movimento", che io definirei più appropriatamente "comune sentire" o "attitudine", non esistevano né gerarchie né un vero distacco tra "pubblico" e coloro che magari si muovevano di più. Al Victor Charlie, al Virus, in cento altre occasioni non eri il "musicista-del-gruppo-che-viene-da-fuori-e-sei-lì-a-ricevere-la-beatificazione", ma solo una parte del tutto. Lo sentivi, magari un po’ ti "scialavi", ma non era quella la motivazione, la spinta a essere lì. Era l’esser parte della "sintonia" (e qui, detto questo apriti cielo... vedo già Jena che mi darà vita natural durante del frikkettone!). Ovviamente c erano anche punti di riferimento diversi (sia politici che locali) per cui, spesso, nascevano contrapposizioni e scazzi, ma questa è la solita storia del cazzo che purtroppo si riproduce ogni qualvolta nasce qualcosa di buono proprio come un karma negativo che però alla fine è complementare e equilibra, appunto, l’eccezionalità del momento.

Negli ultimi anni diversi ''eroi'' della scena punk italiana degli anni ‘80 hanno deciso di mettere nero su bianco i propri pensieri o esperienze riguardanti le vecchie band, scene, posti occupati... eccezione per Marzio Bertotti che, invece, ha scritto un romanzo. Non pensi che magari buttandoti nel ''mucchio'' insieme agli altri e scrivendo non un romanzo ma un libro sul punk avresti accaparrato più lettori, magari (in senso buono) ''a tradimento''?

E basta parlare di "eroi" (questo sì che è un vero tradimento dello "spirito" di allora)! Può darsi che oggi alcuni "leggano" e/o interpretino attraverso una lente deformante quegli anni quasi fossero stati gli episodi di una "saga fantasy" dove chi avesse partecipato agli eventi (allora) potesse nel futuro (oggi) essere assurto al ruolo dell’eroe. Niente di più falso e ridicolo. Si era lì come oggi sono qui, presenti e attivi, tanti altri gruppi e persone a fare cose simili (o magari diverse, non importa). Con le rispettive idee, aspettative, anche sogni. Con le proprie attitudini, le proprie ricchezze e relative miserie. Con i pregi e i limiti personali e collettivi nascenti dal vivere più o meno ai margini di un sistema che non ci piace né ci piacerà mai (a me non piaceva un cazzo allora, figurati oggi!) e di cercare di creare qualcosa di autonomo, possibilmente di autoprodotto, e, alla fine, di migliore (almeno nelle speranze!). Per rispondere alla domanda, ti ricordo che sia il libro di Philopat ("Costretti a sanguinare", Shake! ed., vedi articolo su Audiodrome) ma in fondo anche quello di Silvio ("I ragazzi del mucchio", Sironi, vedi articolo su Audiodrome), sono dei romanzi o, se preferisci, delle cronache "romanzate". Di libri descrittivi (o peggio sociologici) "sul punk", invece, ce ne sono stati diversi (alcuni idioti, altri un po’ meglio) ma alla fine la migliore "presentazione" del mondo di allora (del nostro mondo intendo) rimangano le varie produzioni (dischi, cassette, fanzine, poster). Oggi il "clima" revival della scena anni ‘80 (per quanto possa essere criticabile nelle sue forme più voyeristiche) ha offerto la possibilità di ristampare molto del materiale del tempo (penso ai numerosi dischi e CD ma anche, ad esempio, la recente ristampa della fanzine TVOR nel bel libro edito da Lovehate80). Ben vengano dunque tutte le iniziative volte alla salvaguardia della specie (neanche fossimo le giraffe nane del Serengeti!), ma bisognerebbe anche cercare di non mistificare i fatti e di trasmettere il famoso "spirito" che, come da citazione famosa… dovrebbe "continuare".

Come pensi sarebbe stato il responso di un tuo libro venti anni fa, nel periodo in cui suonavi col Declino? Come avrebbero visto il tuo romanzo i punk di allora secondo te?

Questa sì che è una domanda! Intanto perché 2/3 dei fatti raccontati nel romanzo dovevano ancora accadere! Ma soprattutto perché la mia coscienza del legame tra tutti quei fatti, insieme alla mia consapevolezza, direi politica, degli stessi non era ancora formata e chiara come adesso. Sicuramente quegli anni di grande formazione interiore (per tutti noi, credo) hanno influito enormemente anche alla stesura del testo (lo penso sia in riferimento a delle descrizioni riportate, ma anche in termini generali legati all’energia della scrittura). Per risponderti nello specifico, direi che il romanzo sarebbe potuto piacere ad alcuni mentre altri mi avrebbero mandato a cagare (cosa che peraltro accade anche oggi!). Vorrei però aggiungere che non necessariamente i lettori di riferimento per i quali io scrivo (ma in fondo vale per qualunque scrittore almeno nel suo intimo) sono necessariamente dei punk. Naturalmente chi conosce questo ambiente, quelle sonorità e tanti di quei fatti ha una chiave di lettura aggiuntiva rispetto al resto del pubblico ma non è così determinante. Per essere ancora più estremista arrivo a dire che dovrebbe essere così anche per la musica. Sarebbe interessante pensare che chi suona punk o HC non lo faccia esclusivamente per i punk o per i cultori di quel suono, ma per tutti!

Torino è la tua città, il romanzo è ambientato a Torino. Non ti succede o non ti è mai successo di personificare (nella tua mente) il protagonista del tuo libro mentre cammini per le vie di Torino?

Guarda che ogni personaggio del libro (a parte un paio che sono deceduti) te li potrei presentare di persona anche oggi! Ovviamente, come romanziere, ho costruito una trama e una storia "fittizia" ma sappi che, oltre ai personaggi "in vita", tutti i fatti storici e molti degli avvenimenti raccontati sono realmente avvenuti! Da un punto di vista storico, mi sono documentato in un paio di biblioteche e per le testimonianze dirette ho fatto opera di "raccolta" dei ricordi tra le persone che "c’erano". Qualcosa è anche autobiografico ma preferisco parlare di contesti autobiografici (cioè fatti condivisi con altri) piuttosto che di cose solo mie.

Se il tuo libro fosse anche un film (non è mai detto...) che colonna sonora avresti messo? quali bands ti sarebbero sembrate più appropriate alle scene e a quali?

Avrai notato che in quasi tutti i capitoli si parla direttamente di musica o se ne cita un qualche tipo (non solo HC, eh!), addirittura in un paio di momenti si nominano un brano specifico e una band. Bene, originariamente volevo che questa idea fosse proprio una delle costanti del romanzo. Alla fine però ho deciso di sacrificarla, perché appesantiva pretestuosamente la storia dando l’idea di un uso a mo’ di stampella della scena in cui era inserita (un po’ come fanno le colone sonore) e, inoltre, rompeva la tensione e il ritmo letterario (stiamo sempre parlando di un thriller). Ho deciso di farne una presenza parallela ma più discreta (tipo quando un paio di protagonisti sono a El Paso e parlano coperti dal muro sonoro della band o quando c'è quello che si schianta in auto e mentre crepa ascolta la musica dall’autoradio), senza però la velleità di proporre appunto una vera colonna sonora (troppo eterogenea per le caratteristiche e i luoghi del romanzo). Oggi, rileggendo il romanzo, talvolta mi vengono in mente anche altri brani musicali che idealmente "c’azzeccano" in questo o quel momento, magari se mai se ne facesse un film qualche idea da proporre al regista ce l’avrei.

A proposito, hai mai pensato che dal tuo romanzo potrebbe venirne fuori un film? C'è stato qualche interesse da registi indipendenti nel crearlo?

Diversi amici che l’hanno letto mi hanno detto che la storia aveva un suo svolgersi "cinematografico". Tra l’altro, grazie a Zazzo, ne avevo fatta avere una versione dattiloscritta ad un regista amico suo che però probabilmente non ha gradito.

Comunque, se è vero, ti assicuro che non è stato fatto apposta. La verità è che siamo tutti in qualche modo (stati) condizionati da stimoli diversi. Film, telefilm, fumetti, altri romanzi, dischi, storie raccontate e ascoltate chissà se qualcuno (magari Giampo?) potrebbe farne una versione a fumetti?

Qualche anticipazione su eventuali romanzi futuri? Ce ne saranno? E se sì di cosa parleranno?

Attualmente l’editore ha già il mio secondo romanzo tra le mani si dovrebbe iniziare (spero presto) a fare l’editing, però sai è lui che caccia la grana quindi i tempi li decide lui. Anche questo nuovo romanzo è ambientato a Torino ma il contesto in cui si muovono i personaggi è molto diverso rispetto a "In un unico buio". Mentre lì si parlava di giustizia e responsabilità, di sovversione, centri sociali e quant’altro, qui siamo nel bel mezzo di un conflitto di gang che vede due comunità "etniche" (i nigeriani e gli albanesi) che si contendono con violenza i traffici criminali della città (grande spaccio e prostituzione). Il tutto è poi inserito in un clima abbastanza "generalizzato" di scontro di tutti contro tutti (altre comunità nazionali, questura, leghisti, malavitosi italiani ecc). L’idea generale che ne viene fuori (ed è proprio quello che volevo) è quella del conflitto primitivo tra gruppi di trogloditi ("per il territorio e per le femmine"). Ciò che, in fondo, è l’essenza della guerra, l’hardcore, il suo nocciolo duro. Spero possa uscire al più presto con le Edizioni Angolo Manzoni, con le quali mi sono trovato bene. In questo momento poi sto terminando un terzo romanzo, che in parte si discosta dagli altri due (sia nelle caratteristiche tecniche che nella storia stessa). Ha un ambizioso (e faticoso!) processo di strutturazione alle spalle. Ho descritto (spero bene) una serie di storie parallele che in certi momenti si intersecano (normalmente producendo disastri). Ha una forte collocazione centroamericana (anche se poi è ambientato nei ghetti latinos di L.A.), ma si svolge, anche in parte in Italia. Praticamente l’ho terminato, ma devo rivedere molti dialoghi e altre cose. Posso anticiparti che, a parte i soliti ammazzamenti e violenza (mi spiace ma sono prigioniero di queste dinamiche), c’è anche molta musica, molti tatuaggi e molto amore. In cantiere c è anche l’idea di un quarto romanzo per il quale sto già raccogliendo materiale, qualche dialogo e alcune ambientazioni. Sarà qualcosa sulla religione e dovrebbe essere ambientato sulle Alpi. Per finire ho scritto diversi racconti "brevi" quasi tutti ambientati in contesti africani che, per inciso, sono lo "spazio" delle mie "frequentazioni" nei vent’anni di cui parlavi alla prima domanda e cioè quelli che separano l’oggi dai tempi del Declino.

Se volete dare un'occhiata alle altre interviste fatte a Mungo, potete collegarvi alla sua pagina personale dell'editrice Angolo Manzoni...Oppure, per contattare direttamente Mungo, questa è la sua e-mail: barriomilan AT hotmail.it


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