Diego Scarca, “architetto del vuoto”
del 22-03-2007
di Alessandro Giarda
Diego Scarca è un poeta naïf. Lo si capisce leggendo questa sua raccolta che spazia attraverso più di vent’anni di produzione poetica ma che, nonostante il profondo scarto temporale che intercorre tra i componimenti della prima parte (datati 1983-85) e quelli delle restanti sezioni, mantiene una certa omogeneità d’insieme. Utilizzando un verseggiare disadorno da preziosismi linguistici fini a se stessi ma carico di ritmo, Scarca ci guida nel suo personale universo poetico. Universo carico di soffuse malinconie crepuscolari, di atmosfere sospese come quelle che seguono un’appassionata storia d’amore finita senza un perché, di frammenti di memoria sottratti al tempo; quel tempo – compagno della morte (altra “figura” ricorrente) - che tutto muta, che strazia i corpi con il suo incedere fatale, ma che è pure l’essenza stessa della poesia: “Il tempo è la nostra voce / che ci inganna / E’ quanto non sappiamo dire. / Un errore. / Un immenso segno opaco”. Soprattutto in alcuni versi del 2005 ci si trova di fronte ad una vera e propria ricerca (poetica) del tempo perduto, dei luoghi e dei volti di una giovinezza mitizzata. Ma Scarca è un poeta naïf anche in virtù del suo disincanto, della sua capacità di guardare le cose con gli occhi trasognanti di un fanciullino, di ricostruire una realtà vuota e priva di senso secondo le direttive del proprio desiderio, facendosi così “architetto del vuoto”, costruttore di vie di fuga poetiche, di edifici verbali con vista sull’altrove. Ecco che, nei suoi versi più recenti, sulle ali della fantasia, del sogno, dell’ironia, del vino e dell’amore egli potrà essere “per sempre Capitan Uncino”, salire in groppa a una cometa, dare “del filo da torcere a Carl Lewis nel salto in lungo o nei cento metri”, pensare alle donne come ad un rabelaisiano banchetto di “pietanze inaudite”, devastare le piazze e i monumenti di Torino “a forza di baci”. Scarca sembra vivere la poesia come via di salvezza, “improbabile rifugio”, doppio creativo della realtà; e il suo essere poeta come un doppio di sé, un provvidenziale compagno di viaggi interiori a cui poter dire: “Andiamo io e te , da soli / nella terra..."
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