Il rapulìn d'Sant Martìn
SUPER EVA
del 15-05-2007
di Loredana Limone (guida dal 01-12-2005)
A chi non farebbe tenerazza una bimbetta paffuta e mangiona, un po' selvatica, con gli occhi strabici, ma autentica, sensuale e tanto affettuosa, piena di slanci e scevra da ogni sovrastruttura? Un mare di tenerezza e simpatia immediata per la protagonista, la piccola Lilliana, è quanto scaturisce leggendo "Non m'importa se non hai trovato l'uva fragola" (Edizioni Angolo Manzoni) di Giulia Fiorn. Perché è buona ed intelligente, tutti vogliono bene a quella bimbetta lasciata a casa della balia nella campagna piemontese di Montechiaro - e mai cercata per tre anni - che da pietra scartata dai costruttori è diventata, come dice la Bibbia, testata d'angolo. Sì, escludendo la madre e i fratelli, tutti la amano: a cominciare dalle serve di casa Attigliano, passando per i vari zii e le zie, a finire alla singora maestra Motta che la definisce il suo rapulìn d'Sant Martìn, il grappolo d'uva che trovi nella vigna quando la vendemmia è finita da un pezzo. E' il più bello e più buono perché è l'ultimo. Non si capisce, in questo affascinante romanzo intimistico (l'autrice è proprio la piccola Lilliana) per quale ragione la madre non abbia voluto accettarla, laddove si è sempre mostrata moderatamente amorevole con gli altri tre figli. Col parroco, ella si giustifica adducendo come scusa che l'ultimogenita è nata dopo una gravidanza travagliata e penosa e che un professore, riscontrandole debolezza fisica e depressione, le vietò di allattare, consigliandole di darla a balia per tre anni ma, causa il suo stato, senza andare a trovarla. Nel corso del romanzo è minacciata di essere spubblicata da una serva molto affezionata alla bambina. Viene da pensare che lo strabismo di Lilliana sia stato motivo di vergogna per una donna che badava molto alla forma e alle apparenze. Comunque, null'altro si sa. Evidentemente non è questo che all'autrice interessava raccontare, bensì quei nove anni che vanno a quando lascia la casa di Maria, la sua amata balia che l'ha nutrita a latte e polenta, per entrare nella sua casa astigiana, fino a quando, nel 1931, anno nono dell'Era Fascista, lei tredicenne, Sandro, un ragazzino vestito alla marinara le chiede di accompagnarla a casa. Perché, come recita il sottotitolo, riscoprire l'infanzia è come trovare un paio di stivali fatati per ritornare al passato. Giulia Fiorn riesce, con grande perizia e in una prosa fluida ed accattivante, a comunicarci l'ottimismo dell'innocanza che non conosce autocommiserazione, dandoci dei flash sulla realtà astigiana durante il regime fascista che si accendono spontaneamente attraverso la descrizione dei quotidiani usi e costumi lucidamente ricordati dall'autrice...
Sito:
http://guide.dada.net/letteratura_gastronomica/interventi/2007/05/295145.shtml
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