"Architetture del vuoto": il parere di Marco Pustianaz
del 17-06-2007
di Marco Pustianaz, Docente Universitario di Letteratura Inglese.
Un centinaio di pagine per venti anni di poesie. Centellinate e perfezionate, senza dubbio, in una costruzione leggera che si deve librare, inutilmente, nel vuoto. Niente strazi esistenzialisti di maniera, al contrario una lucidità ironica che è capace di trovare la propria forma, talvolta miracolosa. Queste poesie cantano colloquiando con le donne, con la morte e il declino, anche in modo spudorato e divertente ("mia moglie quando russa..."). Finalmente delle poesie che si infangano infantili con il quotidiano, con le mancanze, con i limiti dei corpi, che invecchiano, si ubriacano, desiderano in modi assurdi e imprescindibili. L'equilibrio formale mi sembra talvolta gozzaniano, ma senza bozzettismo piccolo-borghese. Qui si respira la disperazione del vuoto, ma un vuoto reso così invitante e familiare dalla poesia che ne chiediamo dell'altro, e mangiamo una poesia dietro l'altra come le ciliege.
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