Autobiografia in nero del sessantotto torinese
Il pregio del libro è che, pur essendo deliberatamente un «Mi ricordo», non diventa mai un apologetico «Mi rimpiango», né un’ode alla giovinezza perduta
Secolo d’Italia
del 13-07-2007
di Piero Visani
…il mio amico Augusto Grandi è un coraggioso, e anche un uomo di mondo. Sa che parlare è meglio che tacere e affronta serenamente la sfida scrivendo… queste cronache di un sessantottino nero con alle spalle ... nessun progetto politico. Conosco Grandi da circa trent’anni, abbiamo fatto alcune cose insieme e altre no. Non abbiamo condiviso il medesimo itinerario politico, credo essenzialmente per ragioni di diversità dei caratteri, ma siamo cresciuti nel medesimo ambiente, abbiamo coltivato le stesse conoscenze. Al suo posto non avrei mai scritto un libro del genere, ma lui l’ha fatto e gli va dato atto di una grande sincerità, ai limiti dell’autolesionismo. Eh sì, perché la varia umanità e – Augusto and friends mi perdonino – “il bestiario umano” che descrive nelle sue pagine traccia un quadro impietoso di quella che, per come viene presentata, è una “autentica generazione perduta”. Ricca di idealità e di valori forti, ma paurosamente priva di cultura e destinata perciò ad annacquare questi valori in un’esistenza a tutti gli effetti borghese, cioè nell’esatto contrario delle teorie che professava – quando ci riusciva, perché la lucidità di idee non era propriamente una sua peculiarità – a parole.
È un libro severo, addirittura crudele per chi – come me – dietro i nomi di comodo, i velati tentativi di occultamento, individua chiaramente le persone, tutta una “meglio gioventù” che ha conosciuto, di cui talvolta è stato ed è amico, e sull’operato di parte della quale spesso si è interrogato perplesso. Non è una presa di distanze, la mia, ma la visuale tipica di chi si è formato professionalmente come storico, anche se poi i casi della vita l’hanno portato altrove. Lo storico sa – ma è meno presuntuoso dire ritiene – che non è mai troppo utile, né dal punto di vista politico né da quello culturale, guardare le vicende umane con la lente di ingrandimento. Meglio ritenersi a rigorosa distanza, altrimenti viene a galla tutto ciò che è umano, troppo umano. Ma Grandi è un giornalista, un giornalista di razza, e non coltiva queste pruderie intellettualistiche, per cui racconta, scruta, viviseziona. Il quadro che ne scaturisce è incredibilmente realistico e veritiero, ma anche piuttosto sconfortante. Sembra quasi il resoconto di uno stato di allucinazione: una minoranza pseudo-politicizzata, preda di un primitivismo ideologico sconcertante, si getta nella lotta politica con una facilità disarmante, come se fosse un gioco, anche se un gioco non è, anche se può arrivare a costare tutto, compresa la vita. La si potrebbe definire una posizione estetizzante e, se davvero lo fosse, sarebbe stimabile, ma parecchi passi del libro di Grandi – scritti in una prosa asciutta e nervosa, di grande efficacia e immediatezza di lettura – paiono invece indicare il contrario: il desiderio di contemperare il gusto per il “beau geste” fine a se stesso con i “topoi” più scontati del vivere borghese… Quasi una “festa mobile” che talvolta poteva assumere i contorni di “quell’antica festa crudele” e che talaltra era festa tout-court, ma non particolarmente trasgressiva, non dionisiaca, semmai feriale, dunque una forma di vacanza, cioè di assenza… anche da se stessi…
Baci & bastonate vuole essere ed è uno spaccato di vita e di quella vita, sia pure tangenzialmente, sono stato parte anch’io, in quegli anni, in quella città. Forse chiuso in una torre d’avorio – direbbe Augusto… Ma ho riletto con autentico piacere pagine talmente vive che spesso sono diventate immagini, volti, scene di vita vissuta. E tuttavia – come nota acutamente Maurizio Cabona nella presentazione – questo libro, pur essendo deliberatamente un «Mi ricordo», non diventa mai… uno scontato e apologetico «Mi rimpiango», un’ode alla giovinezza perduta…
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