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Quello di Augusto Grandi è anzitutto un libro di sentimenti sui ragazzi alla destra del MSI. Mancava. Eccolo.

L’altro Sessantotto dei «Boia chi molla». Dimenticato

IL DOMENICALE

del 28-07-2007
di Bruno Babando

Quello di Augusto Grandi è anzitutto un libro di sentimenti sui ragazzi alla destra del MSI.Mancava. Eccolo…Mancava un libro in grado di aprire squarci di sentimento e di colore su un mondo di ventenni che, consumata la frattura con la dirigenza del MSI, tentò di rappresentare un’alternativa al comune disagio che animava la contestazione studentesca. Colma questo vuoto Augusto Grandi, mandando in libreria un sapido volume di cronache epifaniche di un «sessantottino nero con alle spalle… nessun progetto politico», uno di quei figli del dio minore dell’epoca, un fascio nato dopo la guerra che del fascismo non ha vissuto nulla se non quello che gli era stato raccontato dai genitori e dagli zii, ma che allora scelse di aderire alla destra in un modo nuovo, in nome dell’orrore alla quiete piccolo borghese del notabile di città. “Baci & bastonate” è, come annota Maurizio Cabona nella prefazione, «… un “Mi ricordo”, non un “Mi rimpiango”», scevro da quell’apologia del rivoluzionarismo di sinistra, stillante intimismo, grondante introspezione e ideologia. Non c’è nulla di tutto questo e non solo per quel malcelato senso di pudore tipicamente sabaudo dell’autore: per raccontare la gioventù delle camicie nere, quella del «Boia chi molla», quella scapigliata generazione antisistema per la quale l’anticomunismo era solo il dettaglio di «una grande guerra santa vissuta con convinzioni granitiche e metafisiche» (Annalisa Terranova dixit)… Il bel libro di grandi restituisce all’oggi un vero e proprio Bildungsroman di una tragica stagione di «sogni sognati male» (…Stefano Delle Chiaie). C’è la Torino rossa a cavallo degli anni ’60 e ’70, i cortei, i raid davanti ai cancelli delle scuole nemiche, le piazze infuocate, le scazzottate e i volantinaggi, le sezioni di partito assaltate e i celerini, ma anche le scampagnate con i camerati, i campi Hobbit, lo spirito di una comunità assediata, il vitalismo di un dannunzianesimo istintivo, i concerti di musica celtica, la colonna sonora della Compagnia dell’Anello (ma anche Battisti, Cocciante, i Ribelli e, persino, Guccini e Secchioni), le suggestioni tolkeniane, i saggi di Evola, i Ray-Ban, la morosa e le villeggiature in Riviera ai soliti bagni Venus. Una parabola umana di una generazione perduta che l’autore, oggi affermato giornalista del Sole 24 Ore, racchiude efficacemente in due partite di Risiko, due partite che segnano l’abisso incommensurabile tra epoche che appaiono sideralmente distanti. Da leggere…


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