Diavolo d’una Baltaro!
L’atipico commissario della signora in giallo: ne «L’altra riva del lago» l’intuitivo Andrea Martini investiga nella Torino degli Anni 30
TORINOSETTE
del 14-09-2007
di Giovanni Tesio
Diavolo d’una Baltaro!, avrebbero detto in attacco impertinente certi giornalisti d’altri tempi. La signora del giallo torino continua a colpire con inesorabile precisione. Sempre puntuale, sempre piacevole, sempre legata a quei suoi libri misurati tra psicologia e ambiente. L’ultimo giallo Gianna Baltaro che le Edizioni Angolo Manzoni propongono in una sorta di progetto di opera omnia s’intitola «L’altra riva del lago». Come sempre un’inchiesta del commissario Andrea Martini. Come sempre negli Anni Trenta. Come sempre a Torino. Ma questa volta con l’appendice del Lago Maggiore. Martini è un uomo di mezza età, viaggia su una Lancia Augusta, ha gli occhi azzurri, una ciocca bianca ai capelli, fuma le africa, ama le cose antiche, è anticonformista, ha il senso dell’umorismo, è discreto, è autorevole, è intuitivo e ha il gran pregio della pazienza e dei passi felpati. È un commissario atipico, un Maigret che ha dalla sua uno stato civile intatto. Niente moglie, ma in compenso uno charme da far invidia a un divo e un carnet di cotte e di amori che sa vivere e destare. Pur essendo in pensione, continua investigare per passione e competenza. Si è ritirato a fare il vignaiolo a Diano d’Alba, ma si sposta per la bisogna a Torino, dove tiene una cameretta presso la casa via Barbaroux abitata da una sorella affettuosamente invadente e da un cognato compiacente. La vicenda che Andrea Martini è chiamato questa volta a dipanare è di quelle intricate. C’è una signorina di buona famiglia cui il padre ha lasciato un patrimonio di notevole consistenza. C’è una famiglia slabbrata (una madre non proprio dolorosa, una zia risentita, uno zio animoso). C’è un antiquario protettivo che tiene bottega sotto la Mole e una casetta in provincia, a Poirino, la cittadina delle tinche in carpione e delle telerie pregiate. C’è anche un’astrologa che fa la sua bella figura. E c’è un piano ben architettato dove qualcosa naturalmente va storto. A far da comprimari un notaio, una bella segretaria, un sedicente architetto e qualche minore apparizione come quella del giornalista Mossotto che serve a far simpatia. A fare ambiente ci pensano invece il gran lago tra Arona e Gignese insieme alla tanta Torino di sempre, da Porta Susa a Porta Nuova, da corso Racconigi a Lucento, da via delle Rosine a via Duchessa Jolanda, dalla gran Madre di Dio a piazza «della Benefica. Una Torino con i suoi ristoranti pregiati (tra gli altri il Molinari e il Barra di Ferro), i suoi ritrovi appartati, i suoi luoghi tipici. A muovere il tutto, una storia che sa unire l’avvincente semplicità del racconto alla limpidezza di una scrittura tutta di cose. Mai niente di troppo è il precetto dei giallisti migliori.
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