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La testimonianza: Andavamo a sfondare i picchetti…


TORINOSETTE

del 09-11-2007
di Augusto Grandi

Forse nessuno se n'è accorto. O comunque tutti, o quasi, hanno fatto finta di niente. Eppure c'è stato anche un '68 in nero, una contestazione di destra. Persino a Torino. E se non è stato facile vivere quegli anni, per chi era "nero" (all'epoca non indicava il colore della pelle) le difficoltà erano ancora maggiori. Con chi schierarsi? Con i camerati che a Roma, a Valle Giulia, occupavano le università insieme ai rossi o con gli altri fasci che andavano a sgomberare quelle stesse facoltà, in uno scontro fratricida? Una confusione totale, che ha caratterizzato anche la politica torinese. Perché la rivolta contro il sistema, incarnato - per ragioni di età - dai professori di scuola, era un fenomeno generazionale prima che ideologico. Si contestava, anche se da schieramenti opposti a quelli della maggioranza. Ma una rivolta generazionale avrebbe rappresentato un pericolo eccessivo e il sistema si è difeso puntando sulla spaccatura, sugli opposti estremismi. Ha prevalso la logica dello scontro. Così i ragazzi neri si riunivano al mattino presto per sfondare i picchetti dei rossi di fronte alle scuole. Una sorta di riedizione degli scontri tra Peppone e Don Camillo, a difesa dell'ordine costituito che molti non condividevano. Perché non c'erano i ragazzi della destra, ma delle destre. Insieme a fronteggiare i picchetti, ma una volta dentro la scuola, ciascuno per sé. Con gli studenti perbenino a far lezione - e a farsi massacrare nelle interrogazioni da professori, spesso rossi, che si vendicavano così - e quelli tanto per male che, dopo aver sfondato i picchetti per ragioni di principio, uscivano da scuola per rifugiarsi in centro a vedere un film mattutino al Centrale, per giocare a biliardo in Crocetta, per andare a spasso con la morosa al Valentino. Non era solo il nemico comune ad obbligare alla coabitazione politica chi, in realtà, aveva poco da spartire. Erano anche le ragazze. Perché nel movimento, a destra, le militanti erano pochine. E bisognava superare gli imbarazzi dell'ideologia dura e pura per frequentare i fighetti da bar che stazionavano, in splendida compagnia, davanti a Platti, da Turi & Motta, in corso Svizzera. Sognando di averle accanto, le creature fatate, negli scontri di ogni sabato pomeriggio. Quando i duri e puri si picchiavano con i rossi per le vie del centro. Un appuntamento fisso, dove si imparava ad avere coraggio e dove si conquistavano i galloni per essere ammessi alle trasferte a Milano. L'invidia subalpina per il capoluogo lombardo si manifestava anche così. Perché a Milano gli scontri erano veri, a Milano si rischiava davvero la pelle e la galera. Tra molotov e pietre prima, tra colpi di pistola negli anni successivi. Mentre a Torino ci si poteva dedicare, in limitata tranquillità, a frugare sulle bancarelle, o nelle poche librerie d'area, per trovare un testo degli autori neri proibiti. Scoprendo, con gioia, che Giorgio Gaber cantava un testo di Céline. Anche se nessuno, tanto per cambiare, pareva essersene accorto.


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