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Semantica delle favole:

destinazione infantile, popolare e “adulta” delle favole di Nicola Di Mauro

NOTA

del 01-12-2007
di Lionello Sozzi

La destinazione infantile delle favole è certo incontestabile: il bambino ha bisogno come del pane del fantastico e del fiabesco anche se molto spesso, quando chiede che gli si racconti una storia, esige che sia non inventata ma vera. I personaggi di cui parlano le fiabe gli piace pensarli come se fossero autentici, le vicende che gli vengono narrate gli piace congetturarle come possibili. In ogni caso, quella destinazione ha fatto sì che si siano moltiplicati, negli ultimi tempi, gli studi sulla struttura o la morfologia del fiabesco, quasi che scoprire le regole di determinati congegni narrativi dovesse aiutare a far comprendere le ragioni della loro popolarità e del loro successo presso il pubblico infantile. In realtà, quegli studi hanno finito con l’impoverire la fiaba: scoprire in essa il persistere di schemi prefissati, ad esempio la lotta dell’eroe (magari il principe) per il possesso del suo “oggetto del desiderio” (la probabile principessa) contro un avversario temibile ma non invincibile, oppure la presenza di un “aiutante” che può anche consistere, semplicemente, in un oggetto magico, insieme con altre costanti non difficili da reperire, riduce a nostro parere la fiaba a una schematica successione di “funzioni”. In questo modo, fa smarrire le vere ragioni del suo segreto fascino, spesso affidato, d’altronde, non solo all’identità ben precisa e irripetibile di singoli personaggi, ma anche alla presenza di immagini straordinarie e suggestive: una semplice scarpina, una zucca che diventa carrozza, un pisello nascosto sotto il materasso, delle molliche di pane lasciate cadere lungo un sentiero, per il bambino, sono immagini che non solo accendono la sua fantasia, ma aprono la sua mente a temi morali e sociali estremamente stimolanti. La destinazione infantile, del resto, s’intreccia, nella riflessione della critica, con la destinazione popolare. Favole per bambini e favole popolari, le due definizioni spesso si accompagnano e si saldano, alla luce dell’idea sottintesa, in fondo, che tra i due destinatari si colga una profonda analogia: il popolo coltiverebbe le stesse evasioni fantastiche e lo stesso gusto dell’impossibile e del fiabesco che caratterizzano il mondo dell’infanzia. È un’idea discutibile, poiché in ogni caso andrebbe distinto, pur nell’analogia, il contenuto dei sogni che possono attrarre le persone incolte ma adulte dai miraggi evasivi che si accendono nel cuore dei bambini. Ma il nostro intento è un altro. Va bene parlare dei bambini e del popolo. Ma gli adulti? Davvero sdegnano le fiabe, ignorano l’attrattiva del fiabesco? Non era certo l’idea di La Fontaine, il più grande, con Perrault, tra gli autori francesi di fables. Egli dedica la prima parte della sua raccolta al giovanissimo “delfino di Francia”, figlio del Re, quindi fa sua la destinazione infantile e sottolinea, delle sue favole, il duplice intento di divertire ed insegnare. Miscere utile dulci… La lezione oraziana presiede anche all’invenzione favolistica nel senso che la favola ricorre, da un lato, alla grazia sorridente ed elegante con cui si narrano vicende inattese, imprevedibili, sorgente di meraviglia e di stupore, e dall’altro al linguaggio morale, a “massime” conclusive in cui, come nella favola esopica, si addita il modello della virtù e si condannano la malvagità e la violenza. La seconda parte delle favole, per altro, dedicata a Madame de Montespan, non ha più, esplicitamente, quella destinazione infantile: il discorso del poeta è rivolto, sotto l’apparente semplicità del congegno, a un pubblico preparato e adulto. Così, la fiaba, sia essa di magia o meramente descrittiva ed événementielle, si presenta, nei casi letterariamente più alti (si tratti di Esopo e di Fedro, di La Fontaine e di Perrault, dei fratelli Grimm e delle Mille e una notte, oppure ancora, in tempi a noi più vicini, di Collodi e di Saint-Exupéry) come una sorta di storia semanticamente stratificata. C’è innanzi tutto, in ogni impianto favolistico letterariamente pregevole, l’aspetto del mero divertimento fantastico, della gioia del raccontare e del farsi ascoltare con abilità, spirito, grazia. C’è, in secondo luogo, l’inconscia volontà, in ogni fiaba, di coltivare le segrete aspirazioni e di compensare le frustrazioni e le paure che albergano nell’animo infantile. C’è, in terzo luogo, la volontà di insegnare, naturalmente senza accenti predicatori, anzi quasi in sordina e come se nulla fosse; di fornire, cioè, regole di comportamento dando anche certezze circa la finale vittoria del bene sul male: tutto ciò appartiene a ogni letteratura per l’infanzia che sia degna di questo nome. Un nuovo livello significante riguarda, invece, la fortuna popolare del genere. Su questo terreno, la fiaba risponde anche in questo caso a un intento compensatorio: una vecchia favola cinquecentesca narrava di un modesto venditore di scope che a malapena riesce, coi suoi ben magri affari, a sbarcare il lunario, finché un giorno incontra in un bosco un munifico signore attorniato dai suoi cavalieri che compra tutte le scope del brav’uomo dandogli, come compenso, una somma che mette fine alle sue privazioni. È evidente che la favola risponde all’ansia degli umili, al loro desiderio e bisogno di diverse condizioni di vita. Ma c’è poi il livello più alto, lo strato più fondo della sua configurazione semantica. La fiaba, in questi casi, aggiunge a quegli strati di senso un significato umano più lato e più intenso, quello, appunto, che spingeva a volte La Fontaine a scrivere le sue fables pensando non ai bambini ma agli adulti. In questi casi, la fiaba contiene accenti critici e satirici, mette a nudo gli aspetti risibili dell’umana condizione e addirittura rovescia lo schema semplicistico della vittoria del bene sul male poiché mette in luce contraddizioni, vizi che trionfano, eroi che non vincono. Un esempio: la favoletta Il lupo e l’agnello, che La Fontaine trae da Esopo e da Fedro, sembra invitare il lettore a guardare con simpatia al misero agnellino e con avversione al prepotente lupo. Ma il senso della storia non è solo in questa facile opposizione. La morale della favola dice: «La ragione del più forte è sempre la migliore». È evidente che il favolista intende denunciare chi non solo aggredisce il più debole e gestisce il potere senza scrupoli, ma sa anche trovare gli argomenti più adatti per dar credito al proprio agire, per ammantare di ragioni pretestuose la propria aggressività, la propria volontà di dominio. Qui la lezione va al di là del mero divertimento o di ogni forma di compensazione, acquista un risvolto politico che in ogni epoca della storia si rivela efficace, vero, attuale. È in tale ricerca di umana verità, di natura etica e politica, che affiora la destinazione di un genere il cui ventaglio semantico è larghissimo come largo e vario, per età e per cultura, è il pubblico cui il favolista intende rivolgere la sua divertente narrazione e il suo meditato messaggio.


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