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...diventa glamour l’Africa italiana


 

IL SECOLO D’ITALIA


del 04-07-2008
di   Roberto Alfatti Appetiti

C’era una volta l’Africa italiana…. Il nostro West. L’innominabile – sino a poco tempo fa – avventura coloniale. Un’esperienza rimossa, incredibilmente trascurata dalla dalla cultura italiana. Un black out che, a differenza di quanto avvenuto in paesi come la Gran Bretagna o la Francia, ha impedito anche la semplice conoscenza di un’epopea che appartiene a pieno titolo alla nostra memoria collettiva…Il sogno africano, nato col garibaldino Crispi e segnato da rovinose sconfitte e dalla crescente sensazione dei nostri coloni di essere stati abbandonati dalla madrepatria, si rivitalizza proprio col fascismo.«I commerci si intensificarono, la vita iniziò ad animarsi con spettacoli e concerti direttamente provenienti dai cartelloni dei teatri italiani.  L’intero Paese era un cantiere, si costruivano strade e ponti, si ampliavano le linee ferroviarie, si attrezzavano i vecchi porticcioli sul mar Rosso. Interi villaggi venivano su dall’oggi al domani, riproducendo in terra eritrea un microambiente italiano: la piazza, la chiesa, le vie con i portici, i caffè, le pizzerie, il mercato coperto, i giardini, la scuola, il cinema, l’ambulatorio». Così lo scrittore  torinese Giorgio Ballario descrive l’entusiasmo di quel periodo nel suo primo romanzo: Morire è un attimo. La storia infatti è “collocata” nel marzo del ’35, pochi mesi prima dell’inizio delle ostilità quando, malgrado le crescenti  tensioni internazionali, un’umanità quanto mai variopinta affolla il porto di Massaua: «Giovani di belle speranze, padri di famiglia in cerca di un salario migliore, impiegati pubblici desiderosi di far carriera, militari ambiziosi o in punizione, commercianti dinamici e mercanti senza scrupoli, industriali geniali o con gli amici giusti a Roma, missionari coraggiosi e pretini incapaci, spediti a farsi le ossa in Africa. E ancora avventurieri d’ogni risma, sognatori romantici, universitari dei Guf sbarcati in Eritrea per rifondare l’Impero, facinorosi alla ricerca di un sistema legale per menar le mani, idealisti e donne di facili costumi, ragazze di buona famiglia in cerca di marito e papponi, teorici dell’ ”uomo nuovo” fascista e insegnanti precari alla caccia di una qualsiasi cattedra». Personaggi naturalmente frutto della fantasia dell’autore ma capaci di restituire con straordinaria efficacia lo spirito di un tempo in cui ogni avventura sembra a portata di mano… Ma torniamo al romanzo di Ballario - un noir incalzante, che si fa leggere con avidità – e ai “suoi” personaggi. A cominciare dal protagonista: il quarantenne Aldo Morosini,  maggiore dei Carabinieri, alle prese con un duplice omicidio. Un noto imprenditore e un impiegato di banca vengono trovati decapitati, delitti sbrigativamente agli agenti del Negus che, proprio in quelle settimane, nel libro come nella realtà, erano impegnati in azioni di guerriglia contro l’esercito italiano. Sigaretta Macedonia fra le labbra, afflitto dal caldo africano e soprattutto dall’incontro casuale quanto destabilizzante con una ex fiamma – un’attrice di varietà giunta a Massaia con la compagnia del grande attore Pippo Lanzafame – Morosini è destinato a stabilire un rapporto duraturo con i lettori. «Non è un super eroe – ci dice Ballario,  classe 1964, negli anni ’90 collaboratore di Diorama letterario  ed Elementi, poi redattore del quotidiano L’Indipendente e del settimanale il Borghese e ora in forza a La Stampa – ma è una persona normale che cerca semplicemente di fare il proprio dovere, non è un colonialista becero animato da spirito missionario civilizzatore, è disincantato ma crede nella missione nazionale. Non ha intuizioni particolari, come il Maigret di Simenon non si avvale di tecniche sofisticate ma preferisce calarsi nell’ambiente per decodificarlo, consapevole che la soluzione più complessa può svelarsi attraverso la conoscenza delle persone». Non è in Africa per ambizioni di carriera né tanto meno si sente un avventuriero, eppure tiene nella dovuta considerazione l’ammonimento che l’amato Seneca rivolge nel De brevitate vitae a non perdere tempo: «La vita è abbastanza lunga ed è stata concessa per la realizzazione di grandi imprese a condizione che venga utilizzata bene». I suoi collaboratori più stretti sono il fedele sottufficiale Barbagallo;  e Tesfaghì, lo scium-basci, graduato delle truppe indigene: «Hanno avuto un ruolo importante e sin troppo trascurato dalla storiografia, dimostrando un coraggio, un attaccamento alla bandiera e un senso dell’onore che sopravanzavano – protesta Ballario  - in molti casi quello di tanti italiani, basti pensare ai ai vecchi ascari eritrei, che percepiscono una pensione italiana, che almeno una volta a settimana si recano al cimitero italiano per tenere pulite le tombe. In occasione della missione italiana del ’93 un ottantenne somalo si presentò al contingente italiano e chiese di riprendere servizio. Insistette talmente che dovettero prenderlo a mo’ di mascotte…»Quando Morosini chiede al suo collaboratore di esprimere “in piena libertà” la  propria opinione sull’Italia, gli risponde così: «Signor maggiore, io non istruito e non capire molto di quello che voi bianchi chiamare politica. Io capire solo cose concrete, di tutti i giorni. Da molti anni io soldato del re d’Italia, come già mio padre. Ricevo buona paga e sono rispettato. Mia moglie compra mangiare tutti giorni e figli piccolini vanno a scuola e ricevere buon vaccino per malattie. Una volta non così. E pure adesso, per popoli vicini, non così. Se io nascevo più in là, in regno Negus, forse adesso schiavo di Ras e miei figli morire di fame».Inseguendo le poche piste a disposizione, Morosini ci accompagna in luoghi affascinanti, sapientemente resi. «Eppure – si schermisce lo scrittore -, in questo emulo del conterraneo Emilio Salgari, che riuscì a evocare spazi esotici senza mai essersi mosso dalle sponde del torinese Sangone – mi sono affidato alle guide del Touring Club del 1938!». Eppure sembra di esserci: dalla rada umida e afosa di Massaua al promontorio di Gherar; dal deserto della Dancalia fino ad  Asmara, «una delle capitali più belle e all’avanguardia dell’intera Africa per la vivacità delle strade ed eleganza delle ville e dei giardini rigogliosi».

«Lo sviluppo urbanistico – sottolinea Ballario – si è sviluppato allora, la ferrovia, recentemente ristrutturata e ampliata, è rimasta quella. Hanno salvaguardato tutto. Mica hanno buttato giù le opere perché fasciste!»

Di certo il risultato è eccellente, tanto che l’editore ha già sollecitato Ballario a rimettere al più presto in servizio il maggiore Morosini,  per una seconda indagine, stavolta ambientata in Somalia.


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