Morire in “Affrica” è un attimo
PERÒ Torino
del 01-06-2008
di Bruno Babando
L’opera prima di Giorgio Ballari, giornalista de “La Stampa”, è un giallo ambientato a Massaua nel periodo coloniale dell’Italia. Un duplice omicidio e i servizi segreti… All’inizio si chiamava Affrica Italiana perché, come ricorda Ferdinando Martini, senatore del Regno e intellettuale fascista, «nei nomi derivanti dal latino quando unalabiale è seguita da una dentale la labiale si raddoppia» e poi, non ultimo, tutti i prosatori, da Niccolò Machiavelli a Giacomo Leopardi, così l’hanno semprescritta: con la doppia “f”.Ben prima che i legionari dell’Italia grande e proletaria, per dirla con lo slogan coniato dal nazionalista Enrico Corradini, conquistassero uno spazio “vitale” al canto di Faccetta nera, l’avventura coloniale, pur tra mille peripezie, da più di mezzo secolo aveva contagiato governi liberali e masse contadine.È di fine Ottocento la prima presenza organizzata di coloni italiani in terra africana, il10 novembre 1893: sbarcò allora un gruppo di contadini sulle coste dell’Eritrea. Nove famiglie, in tutto 57 persone, 24 uomini, 9 donne e 24 ragazzi. Sette famiglie erano lombarde, di Magenta; due siciliane di Pedara. Guidate dal signor Invernizzi,capo dell’Ufficio di colonizzazione, arrivarono a Massaia senza aver visto sul Mar Morto «piovere fuoco dal cielo», com’era stato loro predetto.La vita nella minuscola e povera colonia eritrea all’inizio non è certo entusiasmante e, fino all’instaurarsi del regime fascista, è assai diffusa la sensazione di essere stati abbandonati della madrepatria. In effetti, fin dai primi decenni successivi all’Unità, la politica coloniale italiana aveva mirato alla conquista di un posto al sole, di qualcheterritorio africano al solo fine di costituire una valvola di sfogo alla sovrappopolazione di alcune zone della Penisola, fonte di miseria endemica e di pericoloso malcontento sociale. Poi, poco per volta, le cose cambiaronoe anche l’opinione pubblica interna si fece più attenta e interessataalle vicende affricane. I commerci s’intensificarono, i coloni crebbero, la vita iniziò ad animarsi con spettacoli, riviste, concerti direttamente provenienti dai cartelloni dei teatriitaliani.La “fedele e vecchia” Eritrea forniva carne, pelli, palma dum, cereali, potassio e soldati.«Le scatolette di carne in conserva,12 milioni circa per i bisogni dell’esercito, pelli per circa 18 milioni, noci di palma dum per uso vestiario militare,potassio per le munizioni ed indirettamenteper la saccarina[…]. Soldati in battaglioni, chehanno affrontato tante battaglie,sempre fedelmente nel nome dell’Italia».Un bilancio lusinghiero, almeno a prestar fede alla relazione che il ministro delle Colonie Colosimo fa nel 1912 al parlamento.Ma, com’è noto, è con il fascismo e con la sua volontà di dare agl’italianiun autentico impero coloniale chel’interesse verso le nostre presenze in Africa si rivitalizza.Ed è in questo periodo, nel 1935, XIII anno dell’era fascista, che è ambientatoil romanzo di Giorgio Ballario, Morire è un attimo (Edizioni AngoloManzoni, Torino 2008). Siamo alla vigilia della conquista dell’Abissinia,dominata dal negus neghesti, un piccolo sovrano nero di nomeHailè Selassiè, e a Massaua, al cui porto fervono traffici e primi movimenti di truppe,si snoda l’incalzante noir riproducendo con efficacia il fascino, il mistero e le contraddizioni di quell’epoca. Non è un libro di storia, situazioni epersonaggi sono parto della fertile fantasia dell’autore, alla sua prima prova narrativa.Epigono del conterraneo Emilio Salgari che sulle sponde del torinese Sangone concepì mari lontani e nature selvagge, anche Ballario non si è spostato dall’ombra della Mole, dov’è cronista a La Stampa. Ma non per questo il racconto è menoautentico, giacché impeccabili sono le ricostruzioni storiche e l’ambientazione. Personaggi talmente verosimili da sembrare ritagliati su figure autentiche,tratti umani con i loro vezzi, le loro miserie, ma anche antiche nobiltà d’animo daapparire rubati a uomini e donne di quel passato. È proprio inquesta verosimiglianza, mai appiattita nella riproduzione biografistica, la forza del libro di Ballario. Non sveleremo neppure un poco la trama, basti sapere che il protagonista è un maggiore dei Carabinieri che si trova a indagare su unduplice omicidio, un noto imprenditore e un impiegato di banca vengono trovati decapitati, sbrigativamente addebitati agli agenti del Negus che,proprio in quelle settimane, nel libro e nella realtà, erano impegnati in azioni di guerriglia contro l’esercito italiano. E se in Patria l’Eiar con le canzonetteapertamente favorevoli all’impresa coloniale e con la parodia dei I tre moschettieri diAlexandre Dumas, con le popolari voci di Mario Ponte, Nunzio Filogamo, UmbertoMozzato e Arrigo Amerio, lanciava la figurina del “feroce saladino”,in terra eritrea il demimonde locale s’intratteneva con gli spettacoli portati in tourdalle più note compagnie nazionali.Anche nelle pagine di Ballario compare una compagnia di teatranti, vedette e ballerine, guidata dall’impresario Pippo Lanzafame, a rendere più efficace la narrazione.Come nota uno dei nostri storici migliori dell’epoca coloniale, Domenico Quirico, nella prefazione, nessuno scrittore italiano, al contrario dei colleghi francesi o inglesi, ha mai ambientato nell’Africa italiana il proprio lavoro. Un peccato,perché attraverso la letteratura è assai più immediato ed efficace leggere e interpretare le mutazioni del nostro Paese. Un altro dei meriti di Ballario.
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