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Il flauto d’acqua dolce


IL PENDOLO

http://www.ilpendolo.info/?p=660


del 09-07-2008
di Raffaella Cavalletto

Ombre nella notte, custodi di storie mai raccontate, i personaggi attraversano sotto la luna un tratto sconosciuto di un fiume brasiliano, il Rio São Francisco, su un barcone mosso dalla corrente. Nessuno guida e tiene la rotta. Nessuna finalità conduce gli eroi di questa saga. Solo la notte, mentre i ricordi trasfigurati del passato dei protagonisti si legano e si armonizzano in un unico presente: quello del viaggio. Ognuno di loro canta e suona la sua storia e i vissuti personali e molteplici si fondono in una nuova realtà esistenziale, che tutti unisce arricchendosi delle singole eterogeneità.
Questa, in estrema sintesi, è la trama de Il flauto d’acqua dolce di Piero Burzio, saggista di Torino. Si ritrova qui la passione dell’autore per quel tipo paradossale di filosofia che si muove “deleuzianamente” alla ricerca del non-senso, trasfigurata in un romanzo raffinato e sibillino.

Sibillino, infatti, è il darsi del romanzo al lettore, che girovaga fra le pagine, perdendo pian piano il suo spessore critico e distaccato. Lo sguardo oggettivo ed esterno di chi legge si smarrisce, legandosi alle sorti dei singoli protagonisti impegnati nella realtà del viaggio notturno e nella ricerca di una meta impossibile: l’Oricujá, Isola che non c’è o forse Paradiso terrestre. Ma l’Oricujá non è un luogo, non è uno scopo da raggiungere, non è una finalità. È, per il ferreo calcolatore, per l’uomo razionale e progettuale, nient’altro che una chimera. Essa rappresenta quel mondo che ciclicamente chiama a sé le esistenze individuali, con il tramontare del sole e l’inizio della vera vita: la vita nell’indistinzione della notte.
E questo svelamento si palesa quando tutti gli obiettivi, che contraddistinguevano e costringevano la libertà dei singoli personaggi, sono finalmente “sprecati” nel racconto che diviene un suono complice e armonioso di mille strumenti.


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