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"State per leggere un poema epico... un romanzo d’avventura... lo spartito di un concerto in versi..." avverte Vincenzo Jacomuzzi

Il flauto d'acqua dolce

Prefazione a Il flauto d'acqua dolce

del 15-04-2007
di Vincenzo Jacomuzzi

Quando alcuni anni fa Piero Burzio partiva per la prima volta per il
Brasile, avevo pensato alla sana esigenza di uno spirito libero che
volesse scavalcare la linea d’ombra del natio borgo moderno in un
mondo non poi così lontano ed estraneo quale una metropoli latino-
americana intessuta di legami con l’Italia e con la stessa Torino
industriale (in fondo, si trattava di andare a insegnare storia e
filosofia in una «colonia» della Fiat); ma d’altra parte si trattava
di una realtà sufficientemente lontana ed estranea per natura,
lingua, abitudini da segnare comunque uno scarto antropologico ed
esistenziale.
Però, non avrei mai immaginato che l’irrequieto filosofo e insegnante
avrebbe penetrato così a fondo quella realtà, uscendo dai confini
urbani e giungendo a esplorarne le anime più profonde, con la
capacità del camaleonte che si mimetizza sulla scena ma mantiene lo
sguardo fisso ed esterno.
Ho capito invece che qualcosa era successo, che qualcosa era
cambiato, leggendo questo libro che voi avete ora in mano.

State per leggere un poema epico.
Una storia quasi fuori dal tempo, quasi fuori dalle carte geografiche.
Certo, siamo negli anni ’30 del secolo scorso, ai tempi della ricerca
dell’oro. Certo, siamo in Brasile, lungo il corso del Rio São
Francisco. E, lontano, l’eco di scontri politici. Ce lo ricorda José
Renato, l’unico protagonista e interlocutore che riporta la vicenda
al suo necessario realismo.
Ma tutto questo quasi non conta, o non conta molto. Come quasi non
conta lo scontro economico fra le città dell’antica Grecia e la
fiorente colonia Troia nell’Iliade. Come poco conta lo scontro
diplomatico fra i regni cristiani d’oriente e l’imperialismo islamico
nella Gerusalemme liberata. Soprat tut to, come non contano gli
interessi coloniali portoghesi nei Lusiadi.
Questo è il poema epico di una comunità minore, quella del popolo del
margine, degli uomini del fiume. Una comunità quasi dimenticata, così
come dimenticato è il tratto di fiume lungo il quale si svolge la
vicenda. Più a nord c’è la civiltà, la ricchezza, le grandi barche.
Ma qui la vita è quella naturale, semplice, quasi primitiva dei
piccoli commerci, del piccolo mercato degli umili che si snoda sulle
sponde del fiume, e ancor più sulla corrente del fiume, il velho
Francisco. Al centro, scivola la «rocca assediata», il barcone che
con ritmo quotidiano, con circolarità epica, sposta oggetti e persone
da un villaggio all’altro. Intorno, immaginiamo la foresta e, più in
là, il sertão con i suoi briganti.
È un racconto corale e orale, che attraverso il rito
dell’affabulazione tramanda e trasforma in miti e leggende primigeni
gli eventi clamorosi del passato, dalle tempeste ai naufragi. Tutto
gira intorno allo Spirito del fiume, e ai suoi eroi, gli umili
argonauti e cantori del barcone: da Bernardino, il padrone silenzioso
e saggio che affida alla magia della corrente notturna
l’imbarcazione, all’affascinan te Tainà, dal vagabondo e orgoglioso
Hidalgo al nobiluomo Neto. Principale voce narrante, però, è quella
di un’anonima adolescente orfana, così simile a un antico aedo cieco,
che affiderà al figlio l’unica memoria di questa storia.
Lo spazio «epico» è circoscritto e concluso, è un mondo unico e unito
dalle caratteristiche fisiche e morali, dai riferimenti quotidiani e
culturali: ma si estende idealmente a un universo ampio e perfetto,
che qui assume il nome e le caratteristiche di un mitico «impero di
Oricujà», la meta fantastica nell’immaginario dei protagonisti. Ma ci
sono anche i nemici: «mostri» reali come il treno di acciaio
temprato, il minhocão, il grande verme di ferro, il treno che
attraversa e scavalca il fiume, così temibile osservato dalle sponde,
e così inerme quando contrastato nel movimento lento e sicuro del
legno lungo il fiume; e i demoni, gli spiriti della superstizione
tradizionale e dei culti indigeni locali. Ma soprattutto «Lui», il
lupo cattivo, che continua a nascondersi e a farci interrogare,
inquieti e soli, sulla sua esistenza.
E poi, l’epica del «placido andare» nel ritmo narrativo: è la musica
lenta e lirica dello stile, della lingua, del racconto che non si
affanna ad affastellare avvenimenti e a costruire situazioni, ma si
dispone, si sofferma ad ascoltare lo scorrere della storia nell’anima
dei suoi attori e narratori, una storia che si va a comporre proprio
attraverso le varie voci concordi e discordi, in un procedere verso
il gran finale, che resterà mistero per tutti coloro che di questo
canto epico non abbiano colto il divenire nel tempo.
Un poema epico, questo Flauto d’acqua dolce, alla maniera di
Cent’anni di solitudine, alla maniera di Il vecchio che raccontava
storie d’amore, alla maniera di Fitzcarraldo, ma anche alla maniera
delle grandi epopee fluviali del Mississippi, o dei racconti di
Conrad e London: tutta la suggestione e l’evocazione
dell’antropologia magica del Sudamerica, costruita intorno a un mondo
di acque, di musiche, di profumi notturni, si arricchisce della
sensibilità di un occhio esterno e affascinato, che è quello
dell’unico vero «straniero» della storia, l’Autore.
Ah, dimenticavo. Di certo non vi sfuggirà la cintura di Hidalgo,
istoriata davvero di scene e simboli che affrescano e preconizzano
una visione del mondo e degli uomini. Come lo scudo di Enea nel poema
virgiliano. Come il corteo allegorico nel purgatorio dantesco. Come
le anime evocate da Merlino nel poema ariostesco.

State per leggere un romanzo d’avventura.
L’ambientazione è quella esotica e ambigua di una zona depressa del
Brasile, lungo il corso del fiume São Francisco, ai margini della
civiltà e del progresso. Un uomo anziano, saggio e silenzioso
percorre giorno e notte, con il suo barcone mercantile, sempre lo
stesso tragitto di villaggio in villaggio. Si parte e si torna a
Pirapora, la «capitale» di questa storia. A lui, poco a poco, quasi
per caso, si uniscono strani e misteriosi personaggi: una ragazzina
senza nessuno al mondo; un gringo giramondo dal passato oscuro alla
ricerca di un mitico luogo meraviglioso e sulle tracce
dell’inafferrabile Jack del Rum; un’affascinante donna che suona la
fisarmonica; il rampollo di una nobile e ricca famiglia che sfugge
alla polizia; e un gaúcho, uomo bello e biondo sui trent’anni. Storie
drammatiche di violenze e omicidi si intrecceranno a passionali
storie d’amore, che daranno ampio spazio a illazioni e sospetti:
saranno briganti? Avranno scoperto nuovi giacimenti d’oro sul fondo
del fiume o su quell’isola vinta per scommessa? O saranno davvero
alla ricerca di una vita diversa e purificata? Che cosa accade di
notte su quella barca, l’unica che viaggia sul fiume di notte? E
quale sarà la risposta alla scomparsa nel nulla del barcone e di
tutti i suoi occupanti?
Se ne parla nelle taverne di Pirapora e degli altri villaggi, tra un
bicchiere e l’altro di cachaça, quelle taverne dove accanto a José
Renato e al poliziotto sudato potresti facilmente incontrare uno
smarrito Hemingway. Le ipotesi sono molte, e l’Autore ce le offre
tutte nei molti finali proposti nell’affabulazione di quello che
possiamo considerare l’unico «antagonista» del romanzo, José Renato,
uomo ragionevole e pratico, uno che bada agli affari e che a un certo
punto deciderà di comprarsi il fiume. Ma la fine dell’avventura la
conoscono solo loro, e a raccontarcela sarà la ragazzina orfana, voce
principale del complice narratore.

State per leggere lo spartito di un concerto in versi, di una poesia
musicale.
Suono di fondo, lo scorrere delle acque quasi sempre calme di un
largo corso d’acqua amazzonico. Poi, man mano, sul battello
viaggiante si va componendo l’orchestra.
Bernardino suona il flauto, tutte le notti. A volte in minore, il
tempo dell’attesa. Il suo respiro soffiato racconta le vite passate e
presenti degli uomini del fiume, e guida nell’oscurità il timone
della barca.
Hidalgo suona il tamburello. Impara a battere sulla pelle tirata
seguendo i passi della danza di Bernardino. Scopre il ritmo
dell’anima, che varia con le emozioni, come il sangue che pulsa nelle
tempie, e che per una notte riesce a risuscitare anche Ruth, la
bambina annegata nel velho.
Tainà, la bella india o figlia di indios, porta a tracolla, come un
fucile, la sua sanfona, la sua piccola fisarmonica. Perché le sue
dita non chiedono altro che suonare: è una musica dolce e selvaggia,
che canta la libertà della sua terra e della sua gente, di esistenze
intrecciate di dignità, di dolori e di gioie, di attimi di pace.
E poi, il violão, la chitarra di Neto comprata al caro prezzo della
cintura di Hidalgo.
Ma manca ancora qualcosa. Ci penserà il gaúcho, con il suo
cavaquinho, ma soprattutto con la sua voce dalle mille lingue, a
completare l’armonia. E saranno cantilene antiche, filastrocche
infantili, ma anche sinfonie drammatiche e dolorose, costruite con i
suoni della natura e le poesie dell’anima: così questi «musicanti di
Brema» scoprono che il senso della vita era giungere su quel barcone,
perché adesso più nessuno è solo, perché il loro destino era
ritrovarsi per suonare la loro storia, la loro fiaba. E offrirla a noi.

Come sarebbe bello se durasse per sempre. Come sarebbe bello se
l’impero di Oricuja, infinito perché senza confini, che di giorno è
un nome e di notte è musica, non fosse solo la fiaba dove è sepolto
il passato.

Ogni poema epico, ogni romanzo d’avventura, ogni concerto, ogni
poesia lascia una qualche «morale», quella che sceglierete voi, che
state per leggere. 


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