Piero Burzio, Il flauto d’acqua dolce...
Presentazione per Pisa Book Festival
del 27-10-2007
di Massimo Rondi
Può capitare, a volte, che un titolo sia semplicemente appiccicato a un libro, come un’etichetta; altre che gli sia intrinseco ma del tutto fuorviante; infine capita - raramente - che un titolo sia come una miniatura e riassuma poeticamente, in cinque parole, un testo.
Il flauto d’acqua dolce. Un bellissimo titolo, musivo, che allude alla musica e al fiume, anzi: all’elemento liquido.
La musica, in primo luogo. Il flauto diritto può anche esser detto flauto dolce. E qui basta levare la parola “acqua”…Levando “flauto” resta la seconda parola, la seconda tessera, del romanzo. Acqua dolce è terminologia precisa eppure lieve per indicare l’acqua di fiumi e laghi, in contrapposizione al mare, “acqua dolce”, “acqua salata”. La locuzione mi richiama la Bibbia, quando si legge di “acque superiori” e “inferiori”. Piogge rattenute dietro le nubi oppure orbe terraqueo, ove il mare è l’elemento oscuro, sfuggente, mentre il fiume è una via che conduce, un viaggio, tuffandosi nelle vene azzurre o fangose della Terra.
Alla Bibbia il testo de Il flauto d’acqua dolce s’avvicina per il suo essere composito, una piccola Biblioteca di Leggende, Poesie, Monologhi, Documenti, in almeno due lingue. I dialoghi in particolare rimandano ai testi sapienziali dell’Oriente, nonostante lo slang (ma anche nei Libri Sapienziali il linguaggio era coloritissimo e coevo al tempo in cui furono scritti).
Il Flauto (d’acqua) dolce suona una sinfonia, in un concerto in versi (nota Vincenzo Jacomuzzi nella prefazione: una poesia musicale). L’ouverture introduce all’anima delle cose, o alla fatica d’entrarvi (anche introitus, come in un Requiem). A suivre, movimenti e “temi” o recitativi, varie voci, vari strumenti. Con ritmo di danza, con moto, con brio, allegro o lento, lentissimo, onirico, adagio – a volte cantabile –, notturno… Per questo Burzio incide il suo poema epico sulla pietra: Pietra gettata in verticale a precipizio a raggiungere il fondo, quanto più in fretta si può, senza commenti fuori campo, senza contesto, senza perché. Oppure pietra preziosa, diamante, acqua marina. Perché la musica può essere, a volte, urlo e disperazione. Prima ancora di suonare, ma alla fine è l’iridescente goccia d’acqua che ha ragione della lapide. Un’umanità dolente, tormentata, intensa e dolce viaggia nella notte su un barcone senza guida, da una domanda a una domanda. Viene in mente Alfred Tennyson e la sua “Oltre i confini” (che per combinazione Piero Malvano – altra narrativa Edizioni Angolo Manzoni 2007, altro viaggio notturno - mette all’inizio del suo Il pulman color notte): Forse per me nessun pianto d’addio/ al mio imbarco s’udrà;/ ché, se di Tempo e Luogo oltre ogni traccia/ il flusso mi trascini,/ veder io spero il mio Pilota in faccia,/varcati quei confini.
Ma qui non esiste porto: solo il viaggio…
Un libro affascinante.
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