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Chi è Kin dei monti?


Presentazione del 25 novembre 2008 al CAI di Venaria

del 25-11-2008
di Enzo Bellini

Chi è Kin dei monti? Uno e bino (come Pinocchio). E’ nonno Kin, uno degli ultimi che hanno visto e nominano le cose, prima che l’oscurità le sommerga; è Kin, il figlio di Domenico e Aurora, che, proprio il 25 aprile del ’45, compie dieci anni (“l'età più bella”, G.Leopardi, Il sabato del villaggio) e si innamora di Cesca. Kin è il “garzoncello scherzoso”, pieno di immaginazione, di sogni, di speranze, per il quale il tempo non passa mai (“ma la tua festa / ch'anco tardi a venir non ti sia grave”). Diventato adulto e invecchiato, ricorda il bambino che fu, ricorda l’amore, non ricambiato, per Cesca, la quale, invece, amava Giacu d 'la Sal – il «Sogno di Kin» (effetto dei congiuntivi e dei condizionali, modi verbali della soggettività e del desiderio). Attraversando il bosco quel sogno svanisce, perché Cesca perde i suoi contorni di Beatrice dantesca delle valli di Lanzo (invecchia, come la Laura di Petrarca?) e Kin scopre che si trattava di un sole di cartapesta, che bisogna farsi piccolo per conoscere il mondo, vale a dire che, cadute le illusioni, bisogna contare solo sulle proprie forze (“ripeness is all”, la maturità è tutto [C.Pavese]).Che cosa sono i monti? Il Rocciamelone è il lascito di papà Domenico Franchino a Kin, “segno” della libertà, per la quale i partigiani hanno lottato e sono anche morti, anche l’insegnamento della madre, Aurora, è quello della “stessa” montagna. L’ascesa della montagna rappresenta il cammino fuori del Tempo verso la luce, quella della Libertà, attraverso il regno buio della Necessità, quello della Storia (la guerra, la Resistenza). Per qualche  tratto del romanzo si fa personaggio: custodisce un tesoro, squarcia le tenebre dell’angoscia di Kin.Dove siamo? Viù, 1.225 abitanti, oggi. Allora, la comunità ideale, l’umanità di un’utopia possibile, fuori dagli utopismi storici. Un paese sottosopra, dove un prete comunista tiene la foto di Lenin sotto il crocifisso, una popolazione che si divide per discutere e decidere (“bianchi” e “rossi”), ma una volta deciso, si dà da fare per il bene comune. Attraverso sequenze nomenclatorie, onomastiche e toponomastiche appare la magia dei luoghi, il loro incantamento, l’atmosfera di “un tempo…”, là dove non conta l’anagrafe dello Stato, ma quello della comunità, che assegna nomi come «’ngiurie» (è d’obbligo ricordare Giovanni Verga: i paesani e i loro mestieri, i soprannomi dei partigiani e delle loro donne, i bambini, persino i nomi degli strumenti della banda, la più divertente, forse, quella delle “masche”. In questo mondo i nomi sono le cose: essi agiscono per forza propria, come l’asimbolia del Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi. Ci si racconta storie, che poi, diventano leggende, con il passar del tempo, perché senza storie non siamo niente.Dopo una sorta di prologo, il romanzo comincia con una filastrocca infantile, cantata dalla sorella di Kin, Nella Nellina; poi, la recita dell’Anno vecchio e dell’Anno nuovo. Le filastrocche scandiscono il ritmo segreto del mondo, fatto di giochi, appunto, la sola libertà, possibile fuoriuscita dal Tempo. All’opposto, ci sta l’orrore della Storia, la raffica che ha ucciso Alfredino, a 11 anni. Quale libertà? L’unica libertà è quella dell’infanzia, del “trentun pera”, abbastanza spensierata, quella che… non ci si pensa, fatta di giochi, piccole rivalità, aspettative della festa; l’altra, la nostra, la stessa per la quale hanno lottato i partigiani, è l’inutile libertà (non nel senso civile e politico, s’intende), ma quella che nulla può contro il Tempo inesorabile, tempus edax rerum (Ovidio, Met. XV, 234), che tutto divora. Solo i bambini sono liberi, perché vivono nel mondo dell’analogia, non dei simboli, essi giocano con il tempo.Che cos’è il romanzo Kin dei monti? E’ un romanzo di formazione, che si inserisce nella tradizione otto-novecentesca dei Verga (Malavoglia), dei Moravia (Agostino), dei Calvino (Il sentiero dei nidi di ragno) e dei Pavese (La luna e i falò), ma è anche ricco di suggestioni e riflessioni “morali”che sembrano rifarsi al conte philosophique (Voltaire, Candide), ma ancora al Calvino del Visconte dimezzato (l’apologo dell’uomo della grotta che, trovata la via dell’uscita, non viene creduto dai compagni e viene ucciso).E’ un atto di fiducia nella fantasia creatrice di chi non ha dimenticato di tornare bambino, qualche volta, almeno, perché la vita, che non è altro che un rincorrere tra luce e tenebre, si decide là dov’è penombra. Bisogna ritrovare il ritmo del passo del bambino: una borraccia ammaccata, “pan e tuma”, niente zaino. Ecco che nonno Kin, per ritrovare la leggerezza, per liberarsi dagli inganni della civiltà, ritorna bambino, salendo per l’ultima volta in montagna.


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