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Se Mefistofele si è voluto negare, lo ha fatto in modo rumoroso…


lettera

del 04-01-2009
di Alberto Sisti

La struttura del romanzo svela un impianto “a tesi”, volto cioè a rivoluzionare volontarimente il genere del romanzo epistolare, senza però dimenticare il maestro Laclos. Appena si apre il libro, il periodare spezzato, insolente di Dora prende il lettore; il più avveduto dei quali  scova l'intento “rivoluzionario”.

Ma non solo questo; c'è ben di più. E questo “più” lo si trova al centro del libro, quando gli  altri interlocutori di Mefistofele si svelano pian piano. C'è la nipote Isabella – forse l'unica uscita all'inferno letterario, umano e filosofico del protagonista assente - il collega compiacente, l'amico Guido,  che si perde dietro ad una sua allieva del corso di recitazione forse per cercare se stesso, forse solo per noia; e c'è l'amico melanconico che parte scordando che il dolore ce lo portiamo dentro. In filigrana la caduta della famiglia; il padre che pensa solo alla sua proprietà e la madre sconvolta lentamente da rimorsi e mancanze.

Il pregio di questo romanzo – che pur nella sua volontaria carica eversiva appartiene per certi aspetti al romanzo europeo più tradizionale – sta nel saper reggere molti filoni in una narrazione a volte scarna, a volte riottosamante poetica e malinconica: la critica delle ideologie e delle filosofie, una certa idea – non fallimentare, come vorrebbe far credere Mefistofele – della letteratura e della editoria, e in generale dei rapporti umani, nello specifico quello tra i sessi ma più quello amoroso in senso stretto.

Se insomma Mefistofele si è voluto negare, lo ha fatto in un modo rumoroso, la cui polifonia, il cui contappunto merita di intrigare il lettore.


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