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MORIRE È UN ATTIMO, UN POLIZIESCO NELL'ERITREA ITALIANA


ANSA  - NOTIZIARIO LIBRI

del 20-06-2008
di ANSA 

Per qualche strana ragione la narrativa italiana non ha mai
frequentato troppo volentieri il periodo coloniale, quello di
«Faccetta nera», di Adua e della «quarta sponda». I
romanzieri del Bel Paese, a differenza dei loro colleghi inglesi
o francesi, sono stati risparmiati dal mal d’Africa, come se
Mar Rosso o Golfo della Sirte non abbiano potuto ispirare slanci o
personaggi degni di interesse. Fra i tentativi da registrare
negli ultimi tempi figura però «Morire è un attimo»,
composto dal torinese Giorgio Ballario seguendo la ricetta
del poliziesco tradizionale con leggera virata sul noir.
   Ci sono i delitti (due cadaveri decapitati), c’è
l’investigatore lucido e brillante che li risolve, il maggiore
dei carabinieri Aldo Morosini, ma soprattutto c’è lo sfondo:
l’Eritrea italiana degli anni Trenta, dove le strade si
chiamavano «via Palermo» e «corso Venezia» e i locali
pubblici «ristorante Mario» e «albergo Savoia», che
Ballario, giornalista a «La Stampa», descrive con la cura di
una guida del Touring. L’ufficiale dell’Arma rincorre gli indizi
per tutta la regione e il lettore, con lui, attraversa la
selvaggia Dancalia, affollata di temibili predoni, si spinge
nell’infuocata Assab, sorvola l’Etiopia su un apparecchio
militare, rifiata in un’Asmara che, con «i suoi viali regolari
e i suoi alberi fioriti», sembra quasi un angolo di Nord Italia
nel cuore dell’Africa.
   Sono pagine terse e senza fronzoli, in cui l’esotismo è in
vocaboli (oggi misteriosi ma un tempo sulla bocca di migliaia
di italiani) come scium-basci, zighinì, zaptiè. Ed è chiaro che
Ballario ha deciso da un lato di sfruttare un vuoto clamoroso
nella giallistica popolare, e dall’altro di richiamare
l’attenzione su un debito che l’Italia ha con il proprio
passato: perché, come scrive Domenico Quirico nella
prefazione, «la storia del colonialismo, talora di buona stoffa, spesso
monodica e imbottita di ’politicamente corretto' fino alla bugia
e allo strabismo, non è mai diventata la storia dei
colonialisti italiani».


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