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Titoli

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Il viaggio-odissea di chi, in questo stivale, periodicamente torna al paese. Viaggio-calvario, metafora di ricerca delle proprie origini. Viaggio-percorso mentale di confronto con altri mondi. Viaggio-circolo vizioso, che inizia dove finisce. Stato ostile, che fa di tutto per cancellare le tue origini, treno ostile, che invece di riportarti a casa ti rammenta che la tua casa è ormai il mondo, con le sue bellezze e le sue brutture. Viaggio con il proprio privato, l’iniziazione con una ragazza anche lei immigrata, viaggio pubblico, con le rivolte dei viaggiatori e il rifiuto del masochismo meridionale.
Viaggio-ritorno senza ritorno, perché nessun legame ti lega più alla terra e l’unico richiamo della tua provenienza culturale e sociale è ormai solo nella tua testa. 





Lo sguardo limpido di una bambina, che, al di là di ogni distinzione religiosa e sociale, è una bambina e basta, di fronte a una realtà troppo grande per chiunque: le persecuzioni contro gli ebrei, il rifugio in un convento cattolico, ma anche il rapporto con la madre e con la scuola… Piccole tessere che tuttavia contribuiscono a comporre il mosaico della Storia.

«Mamma non sembra arrabbiata, anzi, è quasi allegra e butta i pezzetti del mio lavoro in aria come se fossero coriandoli di carnevale… “Non sei una bambina ebrea, hai capito? Hai capito? Sei una bambina. Una bambina e basta”».




Una certa sera d'inverno
L'ottava indagine del Commissario Martini

Nel rione della Basilica della Consolata, una ricca pittrice viene trovata uccisa nel suo atelier. Chi è l’assassino? Perché ha ucciso? In una affascinante e misteriosa Torino anni Trenta, il mondo dell’arte è messo in subbuglio da due efferati omicidi. E la perspicacia del commissario Martini è messa a dura prova da imprevedibili colpi di scena. Ma, come al solito, perverrà alla soluzione.




Una certa sera d'inverno - La graphic novel
Il commissario Martini indaga

Chi è l’assassino? Perché ha ucciso? In una affascinante e misteriosa Torino anni Trenta, il mondo dell’arte è messo in subbuglio da due efferati omicidi. E la perspicacia del commissario Martini è messa a dura prova da imprevedibili colpi di scena.

«... Marco D’Aponte si è “perdutamente invaghito” di un giallo di Gianna Baltaro, una delle molte inchieste del commissario in pensione Martini che tanta gioia danno ai fedelissimi lettori che ne attendono l’uscita natalizia come uno dei regali più belli (io sono fra questi buongustai)... D’Aponte esegue una sorprendente virata portando la storia dentro il “grottesco"... L’autrice ha approvato, e si è divertita. Io approvo, e mi sono divertito... Gustatevi questa storia in modo indipendente dal romanzo che l’ha ispirata, e leggete anche il romanzo se non l’avete ancora fatto...» (Beppi Zancan)





«La mia è una città in cui si lavora di fantasia e dove basta poco per far parlare la gente (…). Determinati spunti, sfruttati per anni dalle chiacchiere, tardano a tramontare e, alla fine, sono sempre gli stessi: l’arrivo di un prete santamente equivoco, l’amorosa pazzia di un vecchio nelle grazie della sua gente, il melodramma, gli aneddoti di una rivolta, indimenticabili figure femminili, leggendari intrighi, e così via».




Una donna chiamata Bonbon
La quindicesima indagine del Commissario Martini

Una donna viene uccisa nello scompartimento di un treno sul quale viaggia anche Andrea Martini. Il commissario viene coinvolto nelle indagini e ottiene un primo successo identificando la vittima: si chiamava Bonbon. Il commissario si sente impegnato a condurre le indagini e ottiene un primo successo identificando la vittima: si chiamava Bonbon. Una ex attrice che si era messa in pericolo andando a frugare nelle vicende private di una ricca famiglia. Martini viene a sapere che, all’origine di tutta la storia, c’è il suicidio di una cara amica di Bonbon. Scoprire le ragioni di quel suicidio, e le successive implicazioni dell’assassinio dell’ex attrice, diventerà compito del commissario. Ma le persone indiziate sono pericolose. Il segreto che devono difendere è di vitale importanza e, per difenderlo, non esitano a uccidere ancora. L’indagine sarà lunga, difficile, ricca di colpi di scena, e la soluzione del caso del tutto imprevedibile.

« - Bonbon era molto decisa, - confidò Virginio. – Mi disse che ormai sapeva tutto, che era in grado di smascherare i trucchi di quella gente. - E che altro? - Disse che per far emergere la verità era disposta a creare uno scandalo».




Una donna di troppo - - - - - - - A GRANDI CARATTERI - - - - -
La seconda indagine del maggiore Aldo Morosini nell’Africa Italiana

1935. L’Italia cerca di imporsi fra le potenze per conquistare un “posto al sole”. Imminente la guerra con l’Abissinia, che ormai neppure l’intensa attività diplomatica può scongiurare. Ma in Somalia, dove il generale Graziani si accinge a lanciare l’offensiva dal fronte sud, alcune morti misteriose mettono a rischio l’avanzata delle truppe italiane. Si presumono operazioni di sabotaggio delle spie del Negus, ma si ipotizza anche l’azione di bande criminali.
Dall’Eritrea viene inviato a investigare il maggiore Aldo Morosini, L’accoglie una città oppressa dall’afa dei monsoni, ostile, pervasa da intrighi e trame di potere.
L’indagine entra fra le pieghe oscure dell’animo umano e della società coloniale, che dietro la facciata di perbenismo riproduce i vizi della madrepatria. Morosini incontrerà tanti ostacoli, pochi amici e molte donne. Compresa una di troppo.





La storia di una donna che, sposata da vent'anni con un uomo paziente, non si è mai liberata del ricordo di un amore: eppure nulla sarebbe iniziato se Margery non avesse afferrato il suo istante di felicità… Dal racconto di Thomas Hardy, nel 1940 Mario Camerini trae un romantico e malinconico film che dà il nome anche alla versione italiana.

“Cara Margery Tucker, Dicono che non è probabile che io resti in vita, perciò desidero vedervi. Siate qui alle otto di stasera. Venite tutta sola alla porta laterale, e bussate quattro volte adagio. Il mio uomo fidato vi farà entrare. Il motivo è importante. Preparatevi per una cerimonia solenne che desidero veder compiuta finché è in mio potere.

Von Xanten”




Una stagione in Argentina
Luglio 1960 - marzo 1962

Negli anni tra la fine dei Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, c’era in Italia una grande mobilità. Erano gli anni chiamati del miracolo economico, del boom industriale del nostro paese. Non era una favola. Si respirava realmente un’aria di innovazione: tutti si inventavano qualcosa, ogni giorno nascevano nuove possibilità di “fare qualcosa di diverso”, di rischiare su un progetto di lavoro, su un’idea, su una creazione. Bastava guardarsi intorno. Se non realizzavi subito una tua idea (e se l’avevi pensata, voleva dire che era nell’aria) correvi il rischio che qualcun altro la realizzasse al posto tuo. Da questa frenesia del fare, del tentare vie diverse, del voler cambiare vita, eravamo travolti anche noi. Avevamo immaginato varie soluzioni alternative all’impiego telefonico di Gino. Una volta pensavamo di dedicarci all’allevamento di animali da pelliccia, un’altra di avviare un laboratorio d’artigianato. Per quest’ultimo caso avremmo approfittato dello spazio offerto dal seminterrato della casa di Stresa, con una scelta di prodotti: dalla rilegatura e restauro dei libri, ai lavori in ferro battuto dei quali io avrei disegnato le forme (avevo già realizzato alcuni oggetti, come lampadari e la testiera del letto), con l’aiuto di un vecchi fabbro. Quanto all’allevamento di visoni o bestie simili, la faccenda era più complicata. Occorreva possedere un terreno, delle attrezzature, una casa, investire dei capitali che non avevamo. E, nonostante fossimo a conoscenza che i terreni costavano pochissimo sul lago d’Oria, trovavamo quelle località troppo fuorimano (!). Inoltre ci spaventava il problema dell’uccisione degli animali, dell’essiccazione e trattamento delle pelli e dell’eliminazione delle carcasse. Naturalmente, dopo un iniziale successo nella produzione degli animali da pelliccia, poco dopo ci fu il crollo dei prezzi e la rovina di molte piccole industrie. Le idee non ci mancavano e prima o poi qualcosa avremmo sicuramente realizzato se un giorno, uscendo dall’ufficio Gino non avesse incontrato… Era un dipendente della Stipel, in piena crisi matrimoniale e per questo non gli era parso vero di sfogarsi con un suo superiore, invitandolo a bere un aperitivo. Raccontò che un amico gli aveva offerto di lavorare in una sua fabbrica all’estero, che le condizioni erano buone e che lui, stufo di fare il tecnico telefonico, avrebbe accettato volentieri, se non avesse avuto l’opposizione radicale della moglie. La moglie non ne voleva sapere di andarsene da Milano, di lasciare la vecchia madre. E poiché non c’era stato verso di farle cambiare idea, aveva dovuto rinunciare a quell’opportunità. Fu così che mio marito gli chiese se non aveva nulla in contrario che si sostituisse a lui e, ottenuta una risposta affermativa, si mise in contatto con il Danilo Fossati di Agrate. Sicché, poco più di un mese dopo ci trovammo sul Dc 9, diretti a Buenos Aires...





Una storia definita semplice dall'autore, perché intenzionalmente semplificata nella sua soluzione ufficiale, ma estremamente complessa nella sua evoluzione narrativa.





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