Titoli
In questo romanzo breve, scritto da Junichiro Tanizaki nel 1933, l’indagine psicologica dei personaggi è portata a straordinari limiti fantastici, entro una esemplare misura dello stile.
«Questo senso di solitudine era forse all’origine del suo attaccamento a Lily. Infatti gli sembrava che Lily, con i suoi occhi pieni di malinconia, riuscisse a indovinare i suoi pensieri tristi e a consolarlo… Dal canto suo, poi, pensava di saper leggere quella tristezza animale che la gatta celava in cuore senza possedere il modo di comunicarla agli uomini»
Pubblicato in occasione del 50nnale della Liberazione, il testo è una memoria che si inserisce nel percorso della scrittura femminile sulla Resistenza. In appendice un'inedita documentazione fotografica, note storiche, cronologie.
Nel 1535 uomini armati, agli ordini della Corona spagnola mettono piede per la prima volta sul territorio australe del Nuovo Continente. È il tragico inizio della lotta fra lo huinca (lo straniero), e il mapuche (l'uomo della terra), durata più di trecentocinquanta anni e decisa, alla fine, dalla supremazia della tecnica moderna: fucili a ripetizione contro lunghe lance e boleadoras, telegrafo contro segnali primitivi.
Le pagine del libro raccontano le vicende della strenua resistenza delle tribù autoctone che si opposero alla sopraffazione dei bianchi, fino a divenire l'oggetto di un sistematico genocidio. A loro, gli indios australi abitanti delle pampas e della Patagonia, a differenza degli indigeni delle regioni dell'America del Nord e del Centro, venne negata anche la memoria storica.
La memoria negata: un libro per riscattarne il lungo silenzio.
L’insegnamento che si trae dalla lettura di questo lungo racconto è che sono ancora troppi gli uomini deboli e vili che restano asserviti alle menzogne contro le quali l’autore si è battuto per tutta la sua vita, per sottoporre alla coscienza di ognuno di noi una realtà che, per viltà o pigrizia, vorremmo rimuovere o abbandonare all’oblio.
Alberi di gomma, animali di plastica, erba sintetica... i clown, le maghe, il mimo, le eteree fate che profumano di miele e marzapane... la Piazza Viaggiante dei Sogni e delle Illusioni è un microcosmo dove la banale quotidianità si trasforma per incanto nella magia di uno spettacolo circense.
Transfuga da un passato di violenza e ingiustizie, Luna è attratta dal fatato mondo della Piazza Viaggiante, nonostante la triste esperienza personale le ricordi costantemente che la realtà non è sempre la seducente favola nella quale è piovuta quasi per caso.
«Allora non chiami “circo” La Piazza Viaggiante dei Sogni e delle Illusioni. Perché in realtà La Piazza Viaggiante dei Sogni e delle Illusioni è un mondo magico, dove tutto è possibile, non certo perché si realizzano i sogni, questo sarebbe inammissibile, ma perché prendono forma le illusioni, e gli uomini quando possono materializzare le illusioni in realtà hanno realizzato i propri sogni. Tutto ciò, può comprendere, non ha nulla a che fare con un circo!»
Il trascorrere del tempo è il protagonista di questo romanzo, primavera, estate, autunno, inverno, la siepe di biancospino mette foglie e fiori, si fa brulla e si inneva. Stagioni della natura e stagioni del cuore, ricordi in cui la felicità era una festa di nozze sull’aia. La poesia scaturisce dalla semplicità della vita, così come l’acqua dalla più scabra delle rocce.
«Mariuccia Ravera offre una memoria di ieri pacata, senza sentimentalismi e retorica, con uno sguardo minuzioso e leggero che disegna geografie di luoghi e di oggetti, di emozioni intense e velate di discrezione. Lo si legge come sfogliando un album di fotografie in bianco e nero, un po’ seppiate e proprio per questo vive, intrise di una calma e fatica di vivere che restituiscono significato ad ogni sguardo, ad ogni gesto, ad ogni parola pronunciata (Nico Orengo)».
Accurata scelta tratta da un ricchissimo corpus di testi letterari, teologici e poetici dell'antico Egitto, riadattati al gusto moderno, senza peraltro tradirne il senso originario. Un'antologia che avvicina il lettore a una cultura complessa, meno nota di quella monumentale ma altrettanto affascinante.
Il percorso tra le Fiabe di Andersen segue la traccia della "diversità", con efficacia e ardore.
Per La Sirenetta lo scrittore danese costruisce non solo una storia appassionante,ma tutto un fantastico e variopinto mondo sottomarino. Eppure questa fiaba è considerata una delle più rappresentative e autobiografiche, perché, attraverso la finzione fiabesca, in essa viene a galla l’insicurezza del giovane Andersen: “Come fare quando si sarebbe voluto a tutti i costi diventare un attore e si ha un naso ridicolo e un’aria timida?” (Régis Boyer).
La piccola Fiammiferaia, invece, fa riflettere, con delicatezza e poeticità, sulla fortuna di avere una famiglia, una casa, del cibo tutti i giorni, sulla possibilità di giocare e persino di andare a scuola: tutte cose che, purtroppo ancora oggi, per molti bambini non sono affatto scontate.
Due racconti inediti di Roberto Mistretta: La spirale di Archimede, premiato a Mondadori Gialloestate 2001 (secondo classificato), protagonista il simpatico e irascibile maresciallo Saverio Bonanno (le cui avventure dal 2006 saranno pubblicate in Germania, Austria e Svizzera), e Il plebiscito dell'immortalità, anch'esso finalista a Gialloestate, protagonista il giornalista Franco Campo.
«Il telefono squillò e lo sbirrume di Bonanno muggì furioso. Il flaccidume pencolava dalla canottiera
appiccicosa. Cercò l'apparecchio a tentoni. Detestava essere svegliato in quel modo.
"Chi parla?" ruggì nella cornetta. Erano le cinque di mattina.
"Oh maresciallo, per fortuna l'ho trovata in casa, sono la marchesa Concialosso, la prego venga con urgenza,
è successa una tragedia".
"Ci pigliò foco il palazzo?" s'informò Bonanno guastandosi il fegato: dove caspita avrebbe dovuto trovarsi
all'alba se non nel proprio letto?»
Stile, semplicità, ironia in dialetto torinese con testo italiano a fronte. Brevi racconti che ci riportano alla fine dell' Ottocento e ai primi del secolo scorso. Vivido affresco della Torino di quell'epoca.
"Scapé a l'é na bruta paròla. Epura quand ch'a j'era la guèra via con le masnà i l'heu dovù scapé mi e lassé tut, ca, amis, pais. A l'é staita la salvëssa e na gran lession ëd vita: i l'hai 'mparà tante còse pì che tutu i l'hai capì lòn ch'a vorìa dì esse n'osel an sla rama..."
