Inchiostri su carta di Endre Rozda
Quando ho finito il lavoro
stasera e d’improvviso
mi sono resa conto
che avrei ritrovato
il silenzio del mio quartiere
e che come una leggera patina
di calore lo avrebbe avvolto
per poi piovere,
di nuovo mi ha preso
alla sprovvista la domanda:
“Che cosa torno a farci?”
Ma mi abituo quasi sempre
all’idea. Mi rinchiudo.
Provo ancora in qualche modo
ad occuparmi. Ci rinuncio.
O incomincio, come stasera,
a fissarmi attentamente
il corpo.
Ed è sempre come
se dovessi riconoscerlo.
Ricordarmene.
Le mani, le braccia,
le gambe lunghe e magre…
Le sollevo.
Le faccio ricadere.
Sono incapace di pensare.

